domenica 6 febbraio 2011

PRIMI GIORNI IN BURKINA

Butto giù un po’ di appunti raccolti durante gli interminabili spostamenti in pulmino dei miei primi giorni in Burkina e scritti un po’ a caso su un quadernino. Non si possono definire pensieri, meglio impressioni, cose che ho visto o sentito qua e là. È ancora presto per fare una sintesi di queste prime settimane in Africa.
Ci ho pensato un po’ prima di pubblicare questo post, perché mi sembrava un po’ patetico, privo di ironia e di considerazioni sensate. Ma alla fine il blog è nato anche per questo.
17.01.11
L’aeroporto di Ouagadougou è il biglietto da visita della città. Attraverso una serie di code (controllo vaccinazioni, visto, passaporto) arriviamo nello stanzone dove vengono riconsegnati i bagagli. La luce è poca, la stanza è ancora in costruzione, manca la controsoffittatura e i cavi penzolano sulle nostre teste, ci sono le zanzare, e … non c’è il nastro trasportatore. In mezzo alla confusione più totale le valigie vengono accatastate su degli scalini via via che arrivano. La cosa incredibile è che in questo casino troviamo quasi tutti i bagagli, mancano solo quelle di una signora, come veniamo a sapere da un foglio che delle mani invisibili affiggono magicamente su un pannello.
18.01.11
Alle 4 mi sveglia il canto del gallo. Dopo un po’ comincia la preghiera del muezzin.
Assistiamo ad una messa di benvenuto. Chi mi conosce sa che non mi si può definire una persona religiosa, ma sentir cantare in greco ed in latino qua, in Africa, fa comunque una certa impressione.
Segue poi l’inaugurazione dell’Università di agraria e diritto, alla presenza di una serie di personalità politiche (rigorosamente in abiti tradizionali) e religiose. Siamo tutti ricoperti da un impalpabile strato di questa terra rossiccia, alla quale temo dovremo abituarci.

Le autorità religiose vengono presentate sul pulpito con l’accompagnamento della marcia nuziale. Noi sorridiamo, ma evidentemente qua è solo una marcia.
La cerimonia è estenuante, ogni discorso comincia con dieci minuti di ringraziamenti a tutti i presenti, nominati uno per uno.
Comunque per me, essere qua per l’inaugurazione di una università non è una cosa da poco.

Andiamo a vedere una casa famiglia di prossima inaugurazione. La struttura sorge in una zona poverissima, senza corrente elettrica, ma vicina a un pozzo. Veniamo subito circondati da un nugolo di bambini polverosi ma sorridenti, che chiedono caramelle in cambio di sorrisi e strette di mano. Un gruppo va a vedere le capanne che sorgono poco più avanti. Io resto indietro, mi sento a disagio, mi vergogno della mia evidente condizione prospera di fronte a questi piedi scalzi, a questi vestiti strappati.



19.01.11
Sacchetti di plastica ovunque. Da lontano sembrano quasi fiori che ondeggiano al vento.
Ieri sera si è discusso sul nostro fare foto alla miseria di questa gente. Personalmente ho fatto pochissime foto e tutte da lontano, perché mi sento a disagio. Per il mio manifesto benessere di fronte alla povertà e alle difficoltà in cui vivono queste persone, le quali, nonostante tutto, si aprono a noi con sorrisi commoventi. Mi sento a disagio e sto in disparte, sperando di non essere notata.
Forse però stiamo attribuendo loro angosce che in realtà neanche li sfiorano. I problemi di cui noi ci riempiamo la testa qua sembrano totalmente assenti. Anche a proposito del conflitto tra mussulmani e cristiani, qua pare inesistente, vivono in perfetta comunione, e noi avremmo molto da imparare; quando, durante la visita alla casa famiglia, chiediamo informazioni riguardo al comportamento che adotteranno in merito alle diverse religioni dei bambini, mi è sembrato che fossero stupiti e quasi increduli della domanda.

Visitiamo una scuola a Koupela, in una classe ci sono 84 bambini, la media comunque è sulla quarantina. Ci hanno cantato o recitato tutti qualcosa. La visita è abbastanza inaspettata per noi (loro in realtà ci aspettavano, come ci suggerisce il completo miracolosamente pulito – data la polvere – con cui ci accoglie il preside) e purtroppo non abbiamo quasi niente da lasciare.

Gli animali mi sembrano quelli che stanno meglio, asini, zebù, galline, maiali (che scorrazzano ovunque, ospedale incluso) mi sembrano tutti in ottima salute.

20.01.11
Escursione nelle campagne a sud della città, in direzione Leo. Mi sembra che nei villaggi si viva meglio che nella capitale. È una vita molto semplice e dura, ma sembrano tutti più sereni, sorridono, non chiedono l’elemosina come in città, ma una nuova scuola dove mandare i loro figli o un carretto con il ciuco per lavorare.


Facciamo un brevissimo giro al mercato, dormono tutti, non sembrano minimamente interessati alla nostra presenza, qualcuno alza uno sguardo sonnolento verso di noi, qualche bambino ci segue a distanza. Quando dalla macchina ci chiamano a gran voce si mettono tutti a ridere e a gridare “Roberto … Roberto”.
Durante una visita in un villaggio vediamo delle batterie abbandonate in un’aia, avvisiamo il padre della loro pericolosità per i figli ed questo ricompare qualche minuto dopo con la zappa per andare a seppellirle.
Si incrociano pochissime macchine, per lo più carretti trainati da ciuchi, biciclette e, soprattutto vicino alle città, motorini. Tra lo smog e la polvere l’aria a Ouaga è irrespirabile.
Andiamo a vedere la cava di Babolé de Pissy. Ora so cosa aveva in mente Dante quando descriveva l’inferno. La pietra viene schiantata bruciando copertoni di camion e il fumo acre è pesantissimo. I frammenti di pietra vengono poi portati in cima alla cava dentro bacinelle di plastica o direttamente sulla testa da ragazze di 10-12 anni. Lavorano tutti, bambini di 4 anni inclusi. Le mamme lavorano con i bambini piccoli legati sulla schiena.

Siamo stati scortati in giro da alcuni caporioni che ci hanno lasciato fare tutte le foto che volevamo e ci hanno fatto vedere tutta la cava; per questo servizio alla fine lasciamo loro un po’ di soldi, che, fidandosi ciecamente delle loro parole, dovrebbero andare all’associazione di donne che lavora nella cava.
Quello che non si può sentire da una foto è il caldo, l’odore di plastica bruciata e la polvere che spezzano il respiro. Qualche giorno dopo un altro gruppo (che la prima volta non era andato) è tornato a visitare la cava, e la sera ne abbiamo discusso a lungo. Tutti vorremmo fermare questa vergogna, ma quale alternativa abbiamo da offrire loro? La stampa internazionale si è talvolta occupata di loro, a quanto ho capito anche le Iene fecero un servizio di denuncia. Ma chiudere la cava allo stato attuale significa privare un migliaio di persone, e le rispettive famiglie, del minimo indispensabile per vivere. Loro stessi si oppongono alla chiusura.
È stata messa una pompa per aspirare l’acqua putrida in fondo alla cava, con il risultato di farla ingrandire ancora di più. Si parla di fare un asilo nei dintorni per allontanare almeno i bambini piccoli, che invece vivono (e muoiono) là accanto alle madri che spaccano le pietre.

21.01.11
La strada che percorriamo passa in mezzo a capanne di Peul (?), un popolo nomade che teme la morte. Quando uno di loro muore, tutti gli altri si spostano per paura di venire contagiati.


22.01.11
Sulla strada per Gorom Gorom ci fermiamo a vedere le moschee di Bani, un complesso di moschee di fango che rischiano di venire distrutte a causa dell’inaridimento progressivo di questa zona. Come ci racconta la nostra guida, le piogge violente dell’estate scorsa hanno distrutto alcune torri, ma l’acqua finisce prima che loro possano ricostruirle, già a partire da aprile devono percorrere diversi km per trovare acqua.



Ci riceve anche il Profeta, una specie di santone straccione, parla della pace nel mondo, fa un po’ l’indovino, ma al di là dell’evidente scopo propagandistico che ha questa visita, la sera mi colpisce una coincidenza. I compagni di viaggio che ci avevano preceduto a Gorom Gorom qualche giorno prima ci raccontano che gli americani stanno costruendo un campo militare al confine con il Niger, che in questo periodo è tutt’altro che calmo. E mi torna in mente il monito di pace del santone.
Comunque, al di là della performance propagandistica del Profeta, la situazione del villaggio è davvero drammatica. Per la prima volta da quando sono arrivata vedo bambini picchiarsi a vicenda per le caramelle (e questo non fa che confermare la mia ritrosia a questa forma di elemosina; ben che vada ci guadagniamo un sorriso, ma non facciamo che abituarli all’accattonaggio).
Arrivati Gorom Gorom (che nella lingua locale significa “vieni qua e parliamo un po’”) veniamo rincorsi da un ragazzo in motorino che ci fa cenno di tornare indietro all’inizio del villaggio al posto di polizia. Siamo nell’Oudalan, un territorio in cui è sconsigliato recarsi dal Ministero degli Interni, e questo contrattempo mi mette un po’ ansia. In realtà vogliono solo controllare e registrare i passaporti, ma quei 20 minuti passano lenti lenti.

Arrivati all’orfanotrofio Casa Matteo veniamo letteralmente travolti dai bambini. Ognuno di noi si trova attaccati addosso 2, 3, 4, 6 bambini che vogliono giocare, essere presi in braccio, fare le foto, tirare i capelli. E con la loro irruenza riescono a sconfiggere la mia ritrosia: mi spezzo letteralmente la schiena e finisco a terra sommersa da un grappolo di bambini. Uno mi chiede se noi bianchi ci laviamo con il sapone. La sera mi fulmina una spiegazione a questa domanda: quando sono sporchi loro sono tutti bianchi di polvere, quindi considerano la nostra pelle chiara per la sporcizia!

Ci salva solo la merenda. Riusciamo a fare un giro delle altre strutture del centro, legate tutte all’infanzia e alla maternità. In una stanza c’è una donna con un bambino nato la notte stessa, minuscolo, ma ci dicono che qua è la norma che i bambini nascano di 1,5-1,8 kg.
La mattina dopo torniamo dai bambini per fare una foto con le magliette inviate da uno sponsor italiano. Mentre cerco inutilmente di radunarli tutti da una parte, vedo un bambino in disparte in lacrime, appena mi avvicino mi getta le manine sulle gambe per farsi prendere il collo e appena preso comincia a tremare violentemente. Corro dalla suora, ma appena cerco di darglielo in collo il bambino si mette a piangere sommessamente. Confesso che mi sono abbastanza spaventata, perché non mi è mai capitato di avere un cosino piccino piccino in collo tutto tremante e in lacrime. A quanto pare però ha solo freddo, perché per loro qua è inverno (ci saranno 35 gradi minimo), e si è bagnato la maglietta; lo lascio quindi tra le mani di una signora che lo veste più pesante.
Facciamo un salto al mercato di Gorom Gorom, ma appena scesi di macchina mi pento di esserci andata. Siamo davvero troppo fuori posto. Veniamo seguiti da bambini della scuola coranica che ci chiedono soldi, caramelle ed altro che non capisco. Una donna mi abbraccia e mi chiede se voglio un amico (!).  Ci stanno tutti intorno, cercando di venderci qualcosa o semplicemente per curiosità; una bambina che incrocio per la strada allunga furtivamente una mano per toccarmi il braccio.
Andiamo a visitare un’altra scuola dove ci accolgono cantando in italiano e forse per la prima volta mangiamo discretamente (fino ad ora il vitto ha lasciato un po’ a desiderare, ci siamo ritrovati nel vassoio di pollo anche le zampe del suddetto con tanto di unghie!).
Ho una curiosa conversazione con Achille (nomen omen): mi chiede cosa studio, e alla mia risposta un po’ impacciata, ribatte “A cosa serve?”. In fondo era uno dei motivi per cui sono venuta, ritrovare un senso più reale alle cose che faccio, così mi ritrovo sotto un albero in mezzo alla brousse a spiegare ad un africano a cosa serve studiare il latino e il greco (oddio, “servire” è un parolone…). Ad ogni modo forse lo convinco, sembra interessato, fa domande, e vuole sapere che rapporto hanno avuto Romani e Greci con gli Egiziani. Così finisco per fare una lezione di storia.

23.01.11
Andiamo a vedere un pozzo che è stato costruito per un villaggio di lebbrosi. Sulla cisterna hanno installato dei pannelli solari per azionare una pompa, dal momento che la lebbra per prima cosa spesso porta via le mani, e una pompa a mano avrebbe creato problemi. Ci allontaniamo di qualche passo, c’è una strada dove le donne che passano in bicicletta si fermano per salutarci. Una di queste ha il figlio malato e ci fa vedere i rimedi tradizionali che ha comprato per curarlo. A un certo punto mi chiede il numero di telefono per portarmi il figlio più grande perché io lo faccia studiare.

24.01.11
Giornata al limite del surreale, che si conclude con il nostro ritorno a Ouaga con dei polli vivi, regalo del villaggio, legati sul tetto del pulmino. E non c’è stato verso di convincere l’autista a liberarli.


La mattina l’accoglienza a Pikieko è in pieno stile post-coloniale, con il nostro ingresso trionfale tra due ali di ragazzi che cantano in italiano “benvenuti”, poi giro d’onore sui carretti (durissimi) tirati dai ciuchi. Giro alla scuola statale, poi a quella coranica. Poi messa con battesimo di 5 bambini, io mi ritrovo a fare da interprete tra il parroco locale e il nostro polacco. Ad un certo punto arriva anche l’Imam, che però trova la cerimonia troppo lunga e dopo una ventina di minuti se ne va.
Alla fine della messa andiamo “in centro” per una celebrazione importante: si festeggia l’arrivo di una autoambulanza che è arrivata via terra da Grosseto. Non ci facciamo mancare neanche la danza africana in abiti tradizionali; non so se è a totale beneficio degli di noi ospiti turisti, ma comunque è molto bella.
    



Si pranza dentro la scuola in compagnia della nobiltà locale, con i bambini che ci guardano famelici dalle finestre, e ogni boccone mi si strozza per la gola. Quando usciamo la situazione non migliora, siamo perennemente attorniati dai loro occhi penetranti come coltelli. Inoltre fa un caldo pazzesco, ed un gruppo di noi decide di tornare a casa.
Ieri sera si parlò fino a tardi, ci si chiedeva come noi veniamo visti da loro, e le chiacchiere notturne mi tornano in mente perché ho la netta impressione che siano curiosi di toccarci, soprattutto i bambini.


Poco alla volta il gruppo riparte, anche il secondo gruppo di studenti di Pontedera è partito ieri sera. Sono ormai rimasta sola. Comincia la vera avventura.
Il caldo aumenta, la sera spesso salta la luce e il vento caldo tira su nubi di polvere infetta, e temo che il raffreddore allergico me lo porterò dietro fino alla fine. Ma mi sto abituando a questo paese, a queste facce sempre sorridenti e disponibili, alla parlata strascicata e alle strette di mano sudaticce. Anche i lucertoloni cominciano a farmi un po’ meno schifo. La città, caotica e super inquinata, non mi spaventa più, comincio addirittura ad individuare qualche punto di riferimento. I miei tentativi di imparare il moré al momento sono poco fruttuosi, ogni tanto mi faccio dire qualche parola, ma la dimentico nel giro di 2 minuti. Per dare la buona notte si dice wend na kond beogo, letteralmente “che dio ti conceda un nuovo giorno”, e lo trovo un modo bellissimo per salutarsi.