giovedì 10 febbraio 2011

CHIACCHIERE SOTTO IL CIELO AFRICANO

un altro post serio. prometto quanto prima di ritornare alle stupidaggini, ma vorrei provare a mettere giù qualche idea, giusto per chiarirle anche a me stessa, dopo le prime settimane passate qua.
abbiamo a lungo discusso, con le persone che sono venute qua in queste settimane, sul nostro essere qua (nostro di noi nasara, i bianchi) e sul nostro aiutare questo paese. l'ideale dell'organizzazione che mi ospita, che mi pare assolutamente condivisibile, è quello di creare strutture che possano essere autosufficienti. per capirsi: un orfanotrofio con una pizzeria (giuro, esiste, la pizza non è neanche male, tenuto conto che è senza mozzarella ma con l'emmental) i cui incassi servano a mandare avanti la struttura intera. l'organizzazione italiana, affiancata da quella locale,crea la struttura, e gradualmente si leva dalla gestione per lasciarla completamente nelle mani dei burkinabé. un sistema che pare perfetto. se non fosse che a parte qualche raro caso (che io sappia uno, quello della pizzeria appunto) le cose non riescono ad andare così. le ragioni sono varie e neanche le so tutte.
comunque il fatto è che è molto difficile poi far andare le cose avanti da sole, nonostante la buona volontà nostra e loro.
qualche sera fa sera chiedevo a un ragazzo burkinabé cosa pensava lui del nostro essere qua, se possiamo davvero dare un aiuto concreto. tra le righe, mi ha fatto capire che forse forse sarebbe meglio se li lasciassimo stare. il fatto è, e ne abbiamo parlato spesso, che quando arriviamo con le nostre buone intenzioni (e i nostri soldi), abbiamo la pretesa di risolvere quelli che noi vediamo come problemi con quelle che a noi sembano delle buone soluzioni. a noi. magari per loro neanche sono problemi e magari le soluzioni che a noi sembrano tanto sensate qua sono assolutamente impensabili. un esempio stupido: qua le donne spazzano per terra con un ciuffo di stecchi tipo saggina, tutte chinate per terra, in una posizione che a noi sembra dolorosissima. quando hanno portato loro una bella fornitura di scope, ci hanno messo una settimana a segare tutti i manici.
detto questo, quando uno viene qua e vede cosa c'è (e i bambini che muoiono di fame e di malattie da noi completamente curabili ci sono davvero), è impensabile girare le spalle e tornarsene a casa pensando "beh, una soluzione la troveranno loro".
come si riesce ad accettare il fatto che per puro caso noi siamo, chi più chi meno, nati nella parte ricca del mondo, e per lo stesso caso loro devono combattere tutti i giorni con il problema della fame? non stiamo parlando di cellulare, televisione, macchina, e neanche di elettricità e acqua corrente, ma di una ciotola di riso e una tazza d'acqua neanche tanto potabile. come venire a patti con questa ingiustizia? come andarsene dopo aver visto questo? questa la domanda che ho fatto al mio amico burkinabé, pur sapendo di non poter ottenere risposta, perchè questo è l'interrogativo di chi ha la pancia piena e può pensare alla propria coscienza.
ma che si fa? facciamo qualcosa? e cosa? di cosa hanno veramente bisogno? ora, lungi da me la pretesa di trovare una soluzione per l'africa. anche perchè, tornando a quello che ho appena scritto, sarebbe la mia soluzione. proprio per questo credo che quello di cui hanno bisogno sia la possibilità di scegliere, la conoscenza, il sapere che esistono anche scope con il manico lungo, poi se preferiscono usare quelle senza manico, sarà una scelta consapevole. per questo ogni volta che vedo l'insegna di un istituto tecnico, di un liceo privato o di una università, o un gruppetto di ragazzi in divisa che esce da scuola mi si apre il cuore di speranza. e si torna qua a un'altra riflessione: rispetto al nostro mondo ricco e benpensante, quello che qua si respira è la speranza. la strada è lunga e difficile, e sicuramente verranno fatti tanti e irrimediabili sbagli. ma da qua non può che essere in salita.
per tornare al mio interrogativo allora: che fare? aiutarli ad imparare, insegnare loro il più possibile, dare loro la possibilità di scegliere, nel mucchio delle cose inutili o dannose che possono arrivare da noi, quello che è importante per loro, dare loro la possibilità di capire i loro problemi e di trovare loro stessi le migliori soluzioni che si adattino al loro percorso. il mio infinitamente piccolo contributo di questi mesi vorrebbe andare in questa direzione, e ora che sono qua vedo che senza saperlo avevo forse trovato il modo giusto (o solo meno sbagliato).