martedì 21 febbraio 2012

BACK TO OUAGA

Eccomi di nuovo a Ouagadougou. 
La sensazione è che non sia cambiato niente, di essere tornata dopo un'assenza di pochi giorni e non di mesi, dieci mesi per l'esattezza. Eppure dei cambiamenti ci sono stati. Hanno messo la wifi (che funziona ora si ora no ora sì ora no, ma c'è e almeno con il telefono riesco a restare connessa e la sera dopo una cert'ora si riesce anche a parlare via skype), ci sono più studenti all'IPS, uffici che sono stati spostati, anche alcune persone sono state spostate. E poi ci sono io che dal mio rientro non sono più la stessa persona, che ho le idee più chiare rispetto a quello che voglio fare, che l'anno scorso ero arrivata in fuga da non so più cosa, mentre oggi sono qua con un progetto ben chiaro in testa, che l'anno scorso ero partita senza guardarmi indietro, mentre questa volta ho dovuto lasciare a malincuore un pezzo di me a casa.
Ma ho trovato altre cose rimaste identiche, particolari quotidiani che avevo forse dimenticato, e che ho ritrovato intatti. Si tratta di momenti che troverei insoliti a casa ma che qua diventano la norma. Come le strane compagnie con cui capita di trascorrere una serata, tipo quella si qualche sera fa con la quale ho rimediato una fantastica cena improvvisata: una anziana tedesca che gira i villaggi con uno spettacolo di ombre cinesi per una campagna di sensibilizzazione contro la pratica tradizionale dell'infibulazione, un francese che arriva con uno scassato Fiorino dall'Alsazia (e questa volta devo dire che ha confermato in pieno il cliché del francese arrogante e antipatico, con tanto di battuta sugli italiani che non lavorano mai) e un'inglese che gira l'Africa in autobus ed è ripartita, sempre in autobus, per il Camerun. 
E poi c'è la facilità con cui fai amicizia ed entri subito in confidenza con chiunque, e chi mi conosce sa che in genere non è questo uno degli aspetti che mi caratterizza, anzi...
Ho rivisto vecchi amici ed incontrato altri che lo diventeranno presto, con i quali pensare e - speriamo - realizzare progetti ambiziosi.
Avevo dimenticato poi la polvere, maledetta polvere, che dopo 10 minuti dall'atterraggio già mi ricopriva interamente e si infilava per le narici fino a dare l'impressione di cementare il cervello, e non importa quante docce tu ti faccia, dopo dieci minuti sarai nuovamente polveroso e appiccicoso.
E le lucertolone con le loro danze al sole, che sarebbero anche buffe se non fossero animali orrendi.
Il traffico caorico e spensierato di Ouaga, con i motorini che sfrecciano ovunque e se non ti scansi ti potano senza rimpianto.
E quella sorta di incosciente fatalismo africano, che finisce per contagiarti.
E la solitudine di certi pomeriggi appiccicosi, con il rumore del ventilatore a tenerti compagnia e il mio Pier a cui raccontare di me e di quello che vedo o faccio attraverso un computer, con la differenza che allora eravamo due semisconosciuti che il destino aveva messo insieme per una decina di giorni durante il tour delle disgrazie, e non potevamo certo prevedere che questo viaggio ci avrebbe unito per parecchio più tempo.
E così rieccomi a Ouaga, a cercare di districarmi tra sensazioni nuove e vecchie.

E domani comincio i corsi, prima tre ore con i miei vecchi studenti (più un osservatore esterno: uno studente italiano di scienze politiche arrivato qua non ho capito come), poi mercoledì altre tre con la nuova classe. E poi la classe degli adulti che comincerà quanto prima. E poi il mio ambizioso e complicato progetto di creare una sorta di centro di cultura italiana qua, e il progetto di un altro sognatore sul centro studi per lo sfruttamento delle acque di superficie. E poi le persone che ti capita di incontrare, e le cose che ti capita di vedere e di sentire. E la siccità da raccontare, perchè quest'anno sarà davvero dura, in alcune regioni non ha piovuto affatto, la gente non ha potuto raccogliere il miglio ed è già alla fame. E poi le ultime due settimane in cui Pier finalmente mi raggiungerà per altri progetti.
Bene, al lavoro gente!