lunedì 5 marzo 2012

SILENZI

Durante il mio soggiorno a Ouaga sono ospitata in una struttura alla periferia della città che comprende una sorta di albergo-centro d’accoglienza (dove appunto dormo), un centro per gli handicappati che producono e vendono oggetti di artigianato locale e l’IPS, l’università dove faccio i corsi. Queste tre strutture si trovano all’interno di un quadrato recintato da un muro con un vasto piazzale al centro e due patane, dei gazebo costruiti intrecciando delle piante in un modo particolare tipico dei Mossi. Tutta questa struttura di chiama Laafi Roogo, che in mooré significa Casa della Pace, un’oasi nel vero senso della parola perché le piante annaffiate strabordano dai loro vasi e i rampicanti sovrastano i muri sui quali si dovrebbero arrampicare, mentre tutto intorno è polvere e spazzatura.
In questa specie di albergo a partire da fine febbraio gli ospiti occidentali sono sempre meno perché comincia la stagione calda, e anche quelli locali se possono evitano di viaggiare. Rimango solo io come ospite, in compagnia del personale che lavora qua.
Le giornate si susseguono in un alternarsi di silenzi e voci. Alle 7 di mattina sono le voci delle cameriere che mi svegliano parlando in quella loro lingua incomprensibile. La mattina alterna nel sottofondo le chiacchiere sommesse e gli improvvisi scoppi di risa delle cuoche e delle segretarie, gli studenti che arrivano a gruppetti a prendersi un panino o un sachet d’eau tra un’ora e l’altra, gli inni ripetitivi della Radio Maria locale. Poi c’è l’arrivo di un motorino smarmittato o il cigolio di una bicicletta, lo sbattere di una porta e ogni rumore è accompagnato da voci che salutano, chiedono, ridono.
Verso l’ora di pranzo le voci calano, perché il caldo toglie le forze e anche la voglia di ridere e di parlare. Questo silenzio caldo e soffocante viene squarciato di tanto in tanto dalla tv, dove si alternano pubblicità di motorini, spot governativi e telenovelas sudamericane. Ma a un certo punto anche la tv tace. E fino alle 4 del pomeriggio circa non resta che il silenzio afoso. Sul tardi la vita riprende, perché le lezioni stanno per finire, e così pure la giornata lavorativa. A un certo punto si sente in sottofondo anche il richiamo del muezzin di una moschea vicina. Piano piano tutti tornano a casa e resto sola o quasi, a gustarmi un silenzio quasi surreale. Se anche trovi qualcuno con cui fare quattro chiacchiere le voci restano basse, come a non disturbare la vita notturna, fatta di scricchiolii e fruscii nell’oscurità. È la vita degli animali e dei guardiani notturni. Nel week end questo silenzio viene disturbato dalla musica scatenata delle feste private o dei maquis, ma in qualche modo i suoni restano esterni, non riescono veramente a toccare questa calma. 
Questo è il mio momento. Ci sono solo io ad ascoltare il silenzio. Esco sul terrazzo a fumare una sigaretta, e scopro che ci sono dei gatti paurosissimi e spelacchiati che di notte escono a caccia. “La mia Africa” è questo silenzio notturno in mezzo alla città caotica.