venerdì 8 giugno 2012

AFRICHE

Questo post ha bisogno di una premessa fondamentale: passare meno di cinque mesi in un posto nell'arco di due anni non fanno di me una conoscitrice di questo posto, non voglio passarmi assolutamente l'esperta, davanti a ogni frase mettete un "secondo me". Quelle che seguono sono solo le cose che mi girano per la testa dopo aver osservato e vissuto un posto per un pò meno di cinque mesi nell'arco di due anni.

Ci sono tante Afriche (come ci sono tante Europe, tante Italie, tante Toscane, tanti San Miniato e ovviamente anche tante Me, è la fiera delle banalità ma andiamo avanti). 
C'è l'Africa dei bambini che ti guardano con gli occhi spalancati, delle donne con i figli al collo ed enormi contenitori d'acqua in equilibrio sulla testa, delle mutilazioni femminili e delle pratiche tribali, delle malattie endemiche, dei volti scavati dal sole, delle mani consumate dal lavoro, della polvere e del deserto. 
Poi c'è l'Africa (un pò meno pubblicizzata ma esiste) dei Ministeri e delle auto di lusso, degli aerei privati, della corruzione, delle mazzette miliardarie passate sotto banco che segnano il destino di migliaia di disgraziati senza voce.
Poi c'è un'altra Africa, è l'Africa "normale". E' l'Africa degli studenti in divisa che studiano e perdono tempo su Facebook, dei lavoratori che ogni mattina vanno nelle officine e negli uffici, delle famiglie con due figli e un televisore con la parabola, delle discoteche e della musica. Ecco, questa è forse l'Africa più difficile da raccontare, perché è più silenziosa, lavora per costruire un paese migliore per i propri figli e si nasconde di fronte alle machine fotografiche. E' la famosa classe media, che fa crescere la ricchezza di un paese, quella vera, percepita da tutti, che individua i veri problemi, perché ci combatte tutti i giorni, e progetta soluzioni adatte al contesto e realizzabili. Di una cosa sono sicura: è questa l'Africa che salverà le altre due. E non noi con i nostri aiuti umanitari e le nostre tonnellate di buone intenzioni. 

Sembro polemica, e in parte lo sono, ed è colpa di un'irritazione inspiegabile che mi viene ogni volta che vedo raccontare soltanto l'Africa povera, come se fossero là a morire di fame ed aspettare il buon uomo bianco che gli dà da mangiare, gli insegna a pescare e gli costruisce le scuole. Ci sono anche loro, gli Africani che lavorano e studiano, che hanno abitudini diverse dalle nostre, ma non per questo le vogliono cambiare, che sanno scegliere il buono di quello che gli portiamo, e mantenere la loro identità.


Non voglio dire con questo che i bambini che muoiono per il morbillo e la carestia non esistono, ma ci sono anche uomini e donne che non vanno compatiti, ma semmai aiutati a combattere.