giovedì 28 febbraio 2013

RIFLESSIONI SPARSE - 1

A casa da poche ore, ho sfatto la valigia, ho fatto un lungo e caldissimo bagno per togliermi di dosso tutta la polvere accumulata in tre settimane, rimetto a posto e riprendo posto in casa.
Questo soggiorno è stato breve ma molto intenso. Per il numero di ore di lezione effettuate e per discorsi fatti e sentiti, che hanno rischiato e rischiano ancora di farmi perdere speranza in quel mondo. Ma contro le cose che non puoi cambiare è inutile lottare, meglio fare quello che si può e poi si vedrà.

Il mio viaggio di ritorno è durato troppo, causa lunghissimo scalo a Parigi. Dieci ore ad aggirarsi per l'aeroporto, che non sembra neanche appartenere neanche alla stessa galassia del Burkina dal quale sono partita cinque ore prima. Dopo una notte praticamente insonne, stretta tra due corpulente signore che mi dormivano addosso, appena sbarcata sono praticamente svenuta sui divanetti del terminal M dell'aeroporto Charles de Gaulle. I divanetti sono comodissimi, e quando a un certo punto ho aperto gli occhi, ho visto che la hall era diventata in realtà un dormitorio per altre decine di viaggiatori notturni. Oltre i divanetti comodissimi, il terminal M è dotato di bagni stupendi, pulitissimi, e modernissimi, personale silenzioso e pulito che si assicura che tutto sia silenzioso e pulito, un certo numero di bar che offrono colazioni a cifre con le quali in Burkina una famiglia mangerebbe per una settimana intera (e comunque 7 euro per fare colazione sono troppi, in Burkina, Italia, Francia o in qualunque altro posto del mondo), connessione wifi gratuita (per i primi 15 minuti, poi i prezzi vanno da 1,90 euro per mezz'ora a 9,90 euro per tutta la giornata), un certo numero di negozi di grandi firme di moda che fanno sembrare via Condotti a Roma un quartiere di periferia con quattro bottegucce di straccetti (firme quasi tutte italiane: cari cugini francesi, a cosa si deve questa mancanza di patriottismo??). 

Quest'anno mi sono dovuta scontrare ancora una volta con la stupidità di tanti "benefattori" che vanno nei paesi del terzo mondo per "fare del bene" e poi si aspettano di essere trattati da padroni. La maggior pietra dello scandalo è - come non immaginarselo, del resto siamo italiani - sua maestà il cibo. Perché ci sono quelli che strepitano per avere un pò di formaggio o di affettati (e che una volta che sono riusciti a ottenerli si lamentano perché la mozzarella non è di bufala e la finocchiona non è come quella che si trova a casa), o perché la salsa di pomodoro la vogliono passata e non a pezzettoni, o perché la varietà di cibi offerta non è soddisfacente, o perché non mangia le cipolle, o perché si mangia mezz'ora più tardi rispetto all'orario a cui sono abituati a casa, o perché il pane non è freschissimo, o per altri gravissimi motivi della medesima natura. Io in questi casi mi concentro sulla cartina dell'Africa appesa sulla parete del refettorio e cerco di mettere i paesi in ordine di grandezza.
Ma poi un giorno, complice un notevole giramento di scatole, all'ennesimo sbuffo per la consistenza della salsa di pomodoro, ho buttato giù il boccone che avevo in bocca e ho detto, con voce molto calma e controllata: "mah, è il terzo anno che vengo qua e con il cibo non ho mai avuto problemi".
La scena che segue vede urla ("io pago e quindi devono essere loro ad adattarsi a quello che chiedo io") e io che mi alzo, prendo il piatto, e invece di tirarlo in testa a qualcuno, vado a mangiare e a sbollire da un'altra parte. 
Io non mi arrabbio mai, perché quando succede sbaglio, perché esplodo e non sono capace di controllarmi. E anche questa volta ho sbagliato, lo so e l'ho riconosciuto subito, ma una cosa continuo a chiedermela: ma come si fa, mi chiedo, come si fa a preoccuparsi della consistenza della salsa di pomodoro quando dalla finestra di camera tua vedi i bambini che rufolano nella spazzatura???

Per fortuna non tutte le persone sono così, ci sono persone grandi, che fanno grandi cose, con una umiltà e una tenacia incredibile. Enrico e Maria sono due di queste persone. Da anni portano avanti con umiltà un progetto importante, e siamo alle fasi finali: una struttura in un villaggio sperduto nell'ovest del paese, per i bambini che Madame Bernadette accoglieva come poteva in casa propria. Quando andai a Nouna nel 2011 la struttura era in costruzione e i bambini stavano ancora a casa di Madame Bernadette, erano bambini abbandonati, che lei accoglieva e sfamava quando e come poteva. Da ottobre si sono finalmente potuti trasferire nella nuova struttura costruita grazie agli sforzi di Enrico e Maria, dove hanno stanze e bagni, una cucina dove non manca mai qualcosa da mangiare (ultima novità: i brigidini di Lamporecchio, pare che ne vadano matti, hanno imparato a farli e stanno cominciando a venderli anche all'esterno), quelli più grandi vanno a scuola, quando tornano ognuno ha un proprio compito da svolgere, imparano un mestiere, stanno facendo partire un allevamento di bestie da cortile per aiutare economicamente il mantenimento della struttura; e Madame Bernadette si preoccupa che i bambini del centro non perdano i contatti con il proprio villaggio di origine, perché un giorno abbiano un posto dove tornare e dove costruirsi una vita.

Una sabato mattina non avevo lezione, e mi hanno portato in un villaggio dove avevano organizzato una festa di ringraziamento per un pozzo. Io con il pozzo non c'entro niente, ma non si dice mai di no alla possibilità di uscire, quindi monto in macchina e si parte. Dopo un'ora di strada asfaltata ci addentriamo nella brousse, e in mezz'ora percorriamo (o dovrei dire saltelliamo) circa 5 km. Dopo i disastri dell'anno passato di siccità, quest'anno ha finalmente piovuto, e i sentieri della brousse sono diventati durante la stagione delle piogge ruscelletti, che poi si sono seccati, e vi lascio immaginare lo stato dei sentieri. E mentre sobbalzi su e giù da buche profonde mezzo metro, la domanda che ti poni è: posto che riusciamo a non bucare, chi mi dice che arriveremo ugualmente a destinazione? Perché non è che ci siano indicazioni stradali, e il paesaggio ovunque tu ti giri è questo:

In qualche modo comunque arriviamo a destinazione. Ci portano a vedere il pozzo, si mettono in posa per scattare le foto di rito, poi riportano verso la macchina e ci fanno sedere sotto un enorme albero (l'albero del dado: fa dei frutti rossi che vengono usati per insaporire il cibo al posto del dado). E comincia la festa.
Con la coda dell'occhio vediamo sopraggiungere un signore con una capra al guinzaglio e cinque galline in mano. E sì, sono il nostro regalo. E sì, non possiamo in nessun modo rifiutare. E sì, la capra farà il viaggio sul tetto della gip. E sì, potete immaginare che fine farà...
Dopo l'acqua del benvenuto, discorsi vari di ringraziamento e di ringraziamento per il ringraziamento, arriva quello che sembra essere il matto del villaggio con una specie di tamburello e cominciano le danze.
video
(Il video, come tutte le foto che ho fatto, fanno pena, ma la luce è troppo forte, e non vedevo lo schermo del telefono, ho scattato e registrato praticamente a caso)
Purtroppo io ho lezione alle tre, quindi a un certo punto faccio notare che è quasi l'una e sarebbe bene chiedere la strada. Ma non abbiamo ancora finito. Ci hanno preparato dei polli arrosto. E ho scoperto che i polli sono cannibali: le ossa che buttiamo in terra vengono presi d'assalto dai polli ancora vivi. O sono cannibali o non sanno riconoscere le ossa dei loro cugini.
E magicamente riesco anche ad arrivare a lezione sudata e polverosa sì, ma con solo dieci minuti di ritardo (e in questo caso i pregiudizi sono assolutamente veri, dieci minuti di ritardo in Burkina equivalgono praticamente a dieci minuti di anticipo)!