mercoledì 21 marzo 2012

BENVENUTI AL NORD

E così, nonostante i consigli di tutti i connazionali in Burkina e in Italia che ho sentito, lo scorso fine settimana siamo andati a nord. Pier doveva fare un po’ di reportage sulle siccità e abbiamo deciso di fidarci di tutti i nostri amici burkinabé che ci hanno assicurato che il paese è sicuro, che non ci sono terroristi, che se si va con le guide non si corrono pericoli. E dal momento che sono qua a raccontarvelo significa che avevano ragione loro.

La partenza sabato è un po’ complicata, la persona che doveva venirci a prendere alle 8 dopo averci assicurato “vengo tra mezz’ora” per un paio di volte alla fine ci fa chiamare alle 10:30 per dirci che non può venire. In un modo o nell’altro a mezzogiorno siamo su una macchina io, Pier, l’autista Paul e Marcel, uno dei ragazzi che lavora qua, a farci da guida. Decidiamo di non andare fino a Gorom Gorom perché data l’ora non avremmo potuto fermarci da nessuna parte ma avremmo dovuto andare direttamente là (ci sono 267 km fino a Dori, da lì partono i 57 km di pista sterrata per Gorom Gorom e ci vuole lo stesso tempo che per arrivare a Dori).
La prima sosta è a Kaya, perché i nostri amici devono ancora mangiare (mentre noi, nell’attesa della mattina, ci siamo scofanati un paio di sandwich a testa). Ci fermiamo al mercato: Pier comincia a fare un po’ di foto, ma si muore di caldo e appena possibile risaliamo in macchina. Ad un certo punto scorgiamo delle coltivazioni di baobab che, come ci spiegano, servono per conservare l’albero più maestoso della savana che sta piano piano scomparendo. Continuando il cammino ci mostrano anche le miniere d’oro in gestione ai canadesi (accesso vietatissimo, ovviamente) e lungo la strada vediamo le donne che scavano buche superficiali nei terreni dei dintorni alla ricerca di polvere d’oro.

Il nostro obiettivo sono i barrage e i pozzi: il primo barrage è quello di Tougouri, e nella sosta buchiamo anche una gomma. Il barrage è parecchio in secca, ci sono donne e bambini che lavano i panni in un’acqua marrone e fangosa, mandrie di zebu che si avviano pesantemente verso la riva per abbeverarsi, e gli occhi curiosi dei bambini che ci seguono ovunque.
Dopo una breve sosta (durante la quale Paul cambia anche la ruota bucata) si riparte. Lungo la strada si vedono i segni di pozze d’acqua prosciugate, riconoscibili dai mucchi di mattoni di fango stesi a seccare. Poco prima di Bani ci fermiamo ad un pozzo presso una chiesa. Ci sono decine di bambini dai 2 ai 14 anni (così mi pare almeno) che riempiono taniche d’acqua azionando la ruota del pozzo. Pier con la macchina fotografica diventa l’attrazione del momento: i più disinvolti si mettono in mille pose diverse, lo chiamano, ridono guardando le foto. Alcune bambine invece prima si scherniscono intimidite, ma vedendo le amiche vicine si mettono a ridere. Io continuo a restare incantata da questi bambini, e sono una che normalmente non ha né attrazione né pazienza verso di loro, anzi. Ma qua non so, hanno uno sguardo al tempo scanzonato e saggio, ti mettono l’anima a nudo.




Lasciamo qualcosa al catechista della chiesa e gli promettiamo di mandargli le foto tramite un prete. 
E si riparte. 
Dato che abbiamo tempo ci rifermiamo a Bani, a vedere le moschee che l’anno scorso ci hanno lasciato senza parole. E anche quest’anno restiamo senza parole, ma nel vedere l’enorme buco nel tetto provocato dalle piogge. Il figlio del profeta ci spiega che si sono stufati di chiedere aiuti che non arrivano, e che ora ci proveranno da soli a ricostruire uno dei pochi monumenti artistici del Burkina. Ma non hanno acqua, non hanno soldi, sono abbandonati da tutti. Io un dubbio a questo punto lo avrei: ma non sarà che non li aiuta nessuno perché sono Mussulmani? La maggior parte della cooperazione passa per le strade della chiesa, o per il volontariato laico, questi Mussulmani senza acqua non saranno forse troppo vicini ai terroristi del Sahara?
Arriviamo a Dori verso il tramonto e andiamo subito all’albergo. Non è quello solito dove vanno i nostri amici, abbiamo chiamato tardi e non avevano delle stanze pronte. L’albergo del Sahel è un edificio con le stanze poste intorno a una corte dove sono stesi ad asciugare vestiti e lenzuola. Prendiamo una stanza con l’aria condizionata perché fa caldo. La stanza è… pareti verde braccio della morte, insetti morti sul pavimento, lenzuola sottili come carta velina, bagno con vista camera; il lavandino grande come una scodella ma tanto dal rubinetto non scende acqua, l’acqua esce solo dalla doccia un tanto al minuto. E l’aria condizionata fa un rumore che sembra di stare un frigorifero (rotto dal momento che non raffredda niente). Ma abbiamo la tv i camera, un vangelo in tre lingue e un libro dei Salmi. Per una sera andrà bene. 



Andiamo a mangiare dell’ottimo pollo nel ristorante di fronte e poi ci prepariamo per la notte. Passata quasi completamente in bianco. Sarà il posto nuovo, sarà che appena preso sonno mi sveglio di soprassalto per un rumore e comincio a avere visioni di rapimenti da parte di sanguinari terroristi, che irrompono nella stanza armati fino ai denti, sarà che vestita non sto tanto comoda e che il lenzuolo mi scappa da tutte le parti, sarà un insieme di tutto questo, ma non chiudo occhio (e non faccio chiudere occhio a Pier) fino alle cinque.
Sveglia alle sette, l’autista ci propone di andare a vedere le dune, a pochi km fuori dal Dori sulla strada per Gorom Gorom. È la strada che abbiamo fatto l’anno scorso, ma non c’era il deserto, che avanza di mese in mese. Non sono dune tipo Sahara, ci sono ancora un po’ di alberelli e di cespugli spinosi, ma la sabbia è finissima (ce ne siamo portati via un sacchettino ma ovviamente l’abbiamo dimenticato nella macchina, quindi niente sabbia).
Ci dirigiamo nuovamente verso Ouaga, e ci fermiamo al barrage di Yalgo, che avevamo visto all’andata. E qua la situazione è ancora peggio che a Tougouri. C’è una presa dell’acquedotto in secca, e la pozza d’acqua che rimane è circondata da un perimetro largo una decina di metri di terra secca e riarsa. C’è un gruppo di persone che pompa l’acqua in taniche per usare per l’irrigazione. Sugli scogli in secca dei bambini pescano dei pesciacci e ci mostrano orgogliosi i due che hanno già preso. E poi bambini che ci seguono prima da lontano timorosi, poi sempre più vicini e sorridenti.
Proseguiamo ancora e ci fermiamo a mangiare in un bel ristorante all’aperto a Kaya, il ristorante del museo come scopriamo. Ci sediamo all’ombra di una pagoda sorretta da statue di legno molto belle. Paul ci racconta che la settimana precedente era andato con dei medici italiani al confine con il Mali a vedere i profughi scappati dalle incursioni algerine (se ho ben capito). Ci spiegano la primavera araba vista da loro, e che per loro Gheddafi in fondo non era considerato il Male, ma un capo che aveva un’idea di Africa unita e indipendente dall’Europa (e in particolare dalla Francia, della quale non ho mai sentito parlare in termini positivi in Burkina), purtroppo il voler imporre l’Islam come religione per tutti gli aveva allontanato le simpatie di molti, soprattutto qua in Burkina, dove la religione è vista come una scelta personale e vissuta in tranquillità e tolleranza verso ogni altra forma di culto.
Alle due circa siamo di ritorno a Laafi Roogo. Dopo la notte nell’albergo a Dori mi sembra di tornare al Grand Hotel, con la sua doccia, l’aria condizionata, il pavimento e le lenzuola pulite.
Rispetto all’anno scorso sono meno scioccata da quello che vedo, e questo mi dà modo di pensarci con più lucidità, e di vedere la siccità e gli sforzi delle persone per sopravvivere e migliorare la propria condizione. E non so se è giusto non restare più sconvolti, perché in fondo io guardo ma non condivido veramente, la mia camera viene pulita ogni mattina da una signora gentile e sorridente, l’aria condizionata mi fa dormire di notte, posso godermi il lusso di scegliere cosa mangiare. Ecco questo è il dramma della mia Africa, vedere tutto questo, trovarmici in mezzo, ma restarne nonostante tutto estranea.

mercoledì 14 marzo 2012

ANCORA PENSIERI IN ORDINE SPARSO

Ieri mi hanno portato in un quartiere chiamato la Petite Paris. Era il quartiere dei bianchi all'epoca del colonialismo. E ancora pare di respirare un non so ché di decadente e opulento: una sfilza di villette protette da muraglioni da cui strabordano rigogliose bouganville in fiori, all'interno si intravedono talvolta edifici dall'architettura assurdamente neoclassica. 

Da oggi comincia il caos delle lezioni. Tutto il programma da finire (anzi, con quelli del primo anno praticamente da iniziare) in 10 giorni, incluso esame orale e preparazione all'esame scritto che verrà invece fatto dopo che sarò partita per dar modo agli studenti di digerire tutte le ore di lezione che si dovrenno sorbire, e che sarà poi spedito per la correzione (tramite connazionale di ritorno in Italia). 

E poi domani arriva Pier, e non sto nella pelle. Mi sono messa 9 ore di lezione per farmi passare la giornata, dal momento che arriverà a mezzanotte. E organizzare le trasferte e gli spostamenti, perchè lezioni e suo lavoro permettendo, andremo un pò in giro per documentare la situazione delle regioni settentrionali del paese, che quest'anno attraverseranno una grave siccità.

Io non so se è una mia impressione sbagliata, azi, sicuramente lo sarà, ma rispetto all'anno scorso vedo più benessere in città. Intendiamoci c'è ancora tanta tantissima miseria, e bambini scalzi e straccioni, e donne scheletriche che trascinano carichi enormi, ma... vedo più macchine e più parabole. Devo ammettere che ho girato pochissimo fino ad oggi, ma qua intorno per esempio (e sto in un quartiere abbastaza periferico)  sbirciando dentro le case sgarrupate si vedono tante parabole. E mi sembrano in aumento i cancelli decorati delle case dei "ricchi". O forse vedo solo cose che l'anno scorso non avevo visto e non vedo più quello che mi aveva sconvolto alla mia prima visita. 

sabato 10 marzo 2012

BON TON E MATRIMONI IN BURKINA

Sono settimane che appunto pensieri, esperienze e sensazioni e poi non ho il tempo di metterle in ordine, quindi ve le propongo più o meno come mi sono venute fuori.

Si imparano sempre cose nuove (osservazione acuta, vero?).

Se chiedi il prezzo di qualcosa, per esempio quanto costa un sacchetto di arance, ti senti rispondere "cinquante-cinquante", e io non capivo perché ripetessero il prezzo. La spiegazione è arrivata: il prezzo si ripete per indicare che ogni unità costa quella cifra, altrimenti uno potrebbe pensare che con cinquanta CFA si porta via tutte le arance.

Poi regole di bon ton. 
Ogni volta che arrivavo al tavolo mentre qualcuno stava mangiando al mio "bon appetit" rispondevano tutti "vous etes invités" e non capivo se si trattasse di una frase di pura cortesia o se veramente mi stessero invitando a pranzo. E' entrambe le cose, e uno la può prendere come vuole, ho scoperto. La cosa fondamentale è di non chiedere MAI "vuoi mangiare?" perché viene presa come un'offesa, come un falso invito fatto nella speranza che l'altro rifiuti. E rifiutano, stessero pure morendo di fame, ma non accetterebbero mai un'invito fatto in questo modo. 
Regola simile anche per gli inviti a casa: qua non si usa invitare a casa propria, sembra un invito fatto forzatamente. Ci si auto-invita semmai, e questo rende i padroni di casa onorati di essere stati scelti, proprio loro, tra tutti; e guai a presentarsi con un pensiero, si darebbe l'idea di non fidarsi e di portarsi dietro la propria roba da mangiare o di voler "pagare" l'invito.

Sabato scorso sono andata al matrimonio tradizionale di un mio amico. Lui e la fidanzata vivono già insieme ed hanno un figlio, ma evidentemente hanno deciso di rendere la cosa ufficiale. Un matrimonio qua si svolge in tre fasi: il fidanzamento ufficiale, il matrimonio religioso e quello in comune. Ovviamente quello più importante è quello tradizionale. La famiglia e gli amici dello sposo si recano quindi a casa della famiglia della sposa, nel nostro caso a Ziniare, un villaggio non molto distante da Ouaga. 
E' già stato deciso in anticipo quanti soldi darà lo sposo alla famiglia della sposa. C'è proprio una list con zii, cugini, parenti vari e quanto ciascuno si aspetta di ricevere dallo sposo. Arriviamo a casa della sposa verso le quattro, e ci fanno accomodare sotto una tettoia. Siamo troppi e devono aggiungere delle panche in ogni angolo di ombra della corte. Stiamo un'oretta a chiaccherare e scherzare tra di noi*. Nel frattempo girano calibas con varie cose da bere. A un certo punto mi rendo conto che qualcosa succede all'ingresso della casa e mi spiegano che le famiglie dei due sposi stanno discutendo del matrimonio. Si tratta di una fase molto importante e da cui i due sposi sono totalmente esclusi, tant'è che stanno a chiaccherare con noi. Il matrimonio infatti unirà le due famiglie, e sono quindi loro a discutere del come e del perché, con l'aiuto di un ragazzo che fa da intermediario esterno.
A un certo punto tutti si alzano e noi, senza sapere perché, li seguiamo. Scopriamo che bisogna fare il giro degli anziani del villaggio**. Giro che dura fino a notte inoltrata. 
Dopo un pò in realtà la maggior parte degli invitati molla la delegazione itinerante e ci fermiamo davanti alla casa della sposa a chiaccherare, ascoltare musica e ridere. Quando a un certo punto siamo tutti un pò sconcertati dall'attesa, finalmente arrivano i reduci dal giro del villaggio. In quattro e quattr'otto ci portano da mangiare riso e pollo in ciotole posate per terra. Si mangia ovviamente con le mani, e qua si apre il mio capitolo pietoso. Chi mi conosce sa che io odio mangiare con le mani, mangio con forchetta e coltello anche le costine di maiale, e non per snobbismo, ma perché detesto avere le mani appiccicose. Ma in questo caso occorre fare di necessità virtù: mi spalmo il riso su tutta la faccia e metà mi finisce sui piedi (peccato perché era buono buono). E tutti che mi guardano e ridono...
Finito di mangiare in quattro balletti si alziamo e ce ne andiamo. A questo punto tutto si sposta a casa dello sposo, ma io sono stanca, ricoperta di polvere e appiccicosa di pollo e mi è anche venuto il raffreddore. Quindi mi scuso e do forfait. La festa, mi raccontano il giorno dopo, prosegue fino all'una inoltrata.

E c'è sempre questo senso dilatato del tempo che mi lascia senza parole, perché stai tre ore ad aspettare che gli sposi facciano il giro del villaggio cotti dal sole e coperti di polvere, ma mentre aspetti ti dimentichi di aspettare. Mi spiego meglio: di solito da noi l'attesa è un momento sospeso, non vissuto pienamente, perché uno con la testa è già proiettato verso quello che sta aspettando. L'attesa da noi diventa tempo perso. Qua invece l'attesa è un tempo pieno, pieno di chiacchere, di risate o anche solo di tempo per pensare a sé. Spero di riuscire a portarmela a casa questa capacità di riempire il tempo.



*Tra parentesi sono testimone di una conversazione tra alcuni miei amici burkinabé da inizio Novecento sull'opportunità che gli autisti non mangino insieme ai padroni per evitare ogni contatto troppo familiare che poi porterebbe l'autista a non saper più stare al suo posto... 
** Nell'immaginario collettivo, o almeno nel mio fino a prima di arrivare qua, i villaggi africani sono costituiti da un gruppetto di capanne o casupole radunate intorno ad uno spiazzo centrale. Non so altrove, ma qua in Burkina non è così. I villaggi si stendono su aree molto vaste, con le case distanziate tra loro anche chilometri, divise dai campi coltivati. Non ne sono sicura, ma credo che questi siano i campi delle donne, mentre i campi degli uomini dovrebbero essere fuori dal villaggio. Le donne dopo aver svolto tutte le altre mansioni di casa (incluso andare a prendere l'acqua al pozzo, che dista a volte anche più di 10 chilometri) lavora il suo campo insieme ai figli più piccoli.

lunedì 5 marzo 2012

SILENZI

Durante il mio soggiorno a Ouaga sono ospitata in una struttura alla periferia della città che comprende una sorta di albergo-centro d’accoglienza (dove appunto dormo), un centro per gli handicappati che producono e vendono oggetti di artigianato locale e l’IPS, l’università dove faccio i corsi. Queste tre strutture si trovano all’interno di un quadrato recintato da un muro con un vasto piazzale al centro e due patane, dei gazebo costruiti intrecciando delle piante in un modo particolare tipico dei Mossi. Tutta questa struttura di chiama Laafi Roogo, che in mooré significa Casa della Pace, un’oasi nel vero senso della parola perché le piante annaffiate strabordano dai loro vasi e i rampicanti sovrastano i muri sui quali si dovrebbero arrampicare, mentre tutto intorno è polvere e spazzatura.
In questa specie di albergo a partire da fine febbraio gli ospiti occidentali sono sempre meno perché comincia la stagione calda, e anche quelli locali se possono evitano di viaggiare. Rimango solo io come ospite, in compagnia del personale che lavora qua.
Le giornate si susseguono in un alternarsi di silenzi e voci. Alle 7 di mattina sono le voci delle cameriere che mi svegliano parlando in quella loro lingua incomprensibile. La mattina alterna nel sottofondo le chiacchiere sommesse e gli improvvisi scoppi di risa delle cuoche e delle segretarie, gli studenti che arrivano a gruppetti a prendersi un panino o un sachet d’eau tra un’ora e l’altra, gli inni ripetitivi della Radio Maria locale. Poi c’è l’arrivo di un motorino smarmittato o il cigolio di una bicicletta, lo sbattere di una porta e ogni rumore è accompagnato da voci che salutano, chiedono, ridono.
Verso l’ora di pranzo le voci calano, perché il caldo toglie le forze e anche la voglia di ridere e di parlare. Questo silenzio caldo e soffocante viene squarciato di tanto in tanto dalla tv, dove si alternano pubblicità di motorini, spot governativi e telenovelas sudamericane. Ma a un certo punto anche la tv tace. E fino alle 4 del pomeriggio circa non resta che il silenzio afoso. Sul tardi la vita riprende, perché le lezioni stanno per finire, e così pure la giornata lavorativa. A un certo punto si sente in sottofondo anche il richiamo del muezzin di una moschea vicina. Piano piano tutti tornano a casa e resto sola o quasi, a gustarmi un silenzio quasi surreale. Se anche trovi qualcuno con cui fare quattro chiacchiere le voci restano basse, come a non disturbare la vita notturna, fatta di scricchiolii e fruscii nell’oscurità. È la vita degli animali e dei guardiani notturni. Nel week end questo silenzio viene disturbato dalla musica scatenata delle feste private o dei maquis, ma in qualche modo i suoni restano esterni, non riescono veramente a toccare questa calma. 
Questo è il mio momento. Ci sono solo io ad ascoltare il silenzio. Esco sul terrazzo a fumare una sigaretta, e scopro che ci sono dei gatti paurosissimi e spelacchiati che di notte escono a caccia. “La mia Africa” è questo silenzio notturno in mezzo alla città caotica.

venerdì 2 marzo 2012

RIVELAZIONI

Ore di lezione di italiano effettuate dal 17 febbraio, giorno del mio arrivo in Burkina: 13. 
Giorni e soprattutto notti (dal momento che la connessione funziona a partire dalle 21) spese a lavorare ad un progetto sulle RIS (cioè, Risorse Idriche Superficiali, e ho imparato anche altro lessico superspecifico, tipo: sapete cosa sono le GIS??): 10. 
Nello specifico: abbiamo (ho) realizzato il blog del progetto, preparato una presentazione del progetto in Power Point per una conferenza in Italia, scritto una presentazione del progetto in francese per i collaboratori locali, presentato il progetto al Direttore Generale e agli studenti dell'IPS, preparata una lista degli istituti e delle associazioni implicate nella gestione delle RIS (attraverso il metodo tradizionale, cioè l'elenco del telefono), organizzato escursioni in giro per il Burkina e risposto a decine di mail con richieste di ogni tipo. 
Vista da un occhio occidentale questa lista sembrerà assai limitata e non degna di nota, ma tenete conto che: per aprire una mail durante il giorno ci vogliono circa 10 minuti, non vi dico per rispondere (e immaginatevi per montare un blog...); qua con le parole sono mooooolto molto pignoli, ogni parola viene soppesata, cambiata, risoppesata, ricambiata decine di volte, le due presentazioni sono state riscritte almeno 5 volte ciascuna; oltre a occuparsi di questo progetto, gli altri hanno il loro lavoro quotidiano di cui occuparsi; il mio computer è stato rotto per 3 giorni, quindi abbiamo dovuto lavorare in 3 con un computer solo, più il mio telefono che all'occasione è servito da macchina da scrivere; e infine né io né gli altri due con i quali lavoro abbiamo la minima conoscenza nel settore RIS, ed è vero che il nostro è solo un ruolo organizzativo, ma non è facile organizzare una cosa di cui non sai praticamente niente. 
E non bisogna dimenticare che ho trascorso più di 10 anni della mia vita a studiare il greco antico, una delle cose forse più agli antipodi di quella che sto facendo adesso.

Ovvero: come andare in Burkina e scoprire di avere uno spirito da organizzatrice! 

Tra parentesi ho fatto furore grazie alle mie "competenze informatiche"... Sono diventata il guru dei computer, peccato che quando arriverà Pier le mie presunte abilità verranno totalmente ridimensionate...