domenica 14 ottobre 2012

DIARIO PARIGINO

Dal mio ultimo soggiorno quattro anni fa ricordavo vagamente problemi con la carta di credito, ma non mi ricordavo bene in cosa consistessero questi problemi. Me lo sono ricordato la sera appena arrivati a Parigi: semplicemente la mia carta di credito (una normalissima VISA di una banca popolarissima) NON FUNZIONA!! A Parigi le carte senza il chip NON funzionano. E così Pier si è dovuto pagare il regalo di compleanno...

Per una volta le previsioni del tempo ci hanno azzeccato in pieno: freddo e pioggia. E io ho pensato bene di prendermi un potentissimo raffreddore il giorno prima di partire. Meno male che la mattina prima della partenza Pier ha avuto la brillante idea di comprare ad entrambi una giacca con interno in pile, tanto poco chic quando calda e comoda, che ci ha salvato.

Una delle cose più belle da vedere a Parigi manca in gran parte delle guide: parlo della Cattedrale di Saint-Denis. Si trova fuori dal boulevard périphérique, in una delle famigerate banlieue nord, ma si raggiunge comodamente in metro (linea 13, fermata Basilique de Saint-Denis), ed è assolutamente imperdibile. A parte essere uno dei primi esempi di gotico francese 


contiene le tombe dei re di Francia, da Dagoberto I a Luigi XVIII, con esemplari di scultura funeraria di ogni secolo.

Sono salita per la prima volta sulla Tour Eiffel. Durante il mio soggiorno di studio l'avevo trovata una cosa troppo turistica, ma questa volta abbiamo fatto i turisti fino in fondo, su in cima fino alla torre, per fortuna che c'era poca fila causa condizioni metereologiche avverse. E in cima non ci siamo neanche fatti mancare le foto di rito :-)


In realtà a parte questo non abbiamo fatto molte cose turistiche: niente Louvre, niente Orsay, ma tante camminate e chiacchiere, un pò di foto, qualche vetrina. E soprattutto vacanza, quella di cui avevamo bisogno.

Ovviamente non ci siamo fatti mancare abbondati e soddisfacenti magnate: formaggi, escargot, cozze, crêpes, e ovviamente vino in abbondanza (anche perché meglio non avvicinarsi a birra o, peggio ancora acqua che non sia rigorosamente del rubinetto!!), con conseguente pianto da coccodrilli una volta tornati a casa. Da lunedì siamo a dieta rigidissima!!!

Qualcuno mi spiega da dove è nato l'immagine di Parigi città degli innamorati? Io non la trovo più o meno romantica di qualunque altro posto. Forse è perché nei ristoranti ti fanno sedere praticamente in braccio al tuo vicino di tavolo?? O perché nelle stanze d'albergo se apri la valigia per tirare fuori il pijama devi sederti sul letto, e se uno si sta infilando le scarpe l'altro non può uscire dal bagno?? 

Parigi mi manca, ci tornerei domani. E non so spiegarmi il perché. I parigini non mi piacciono molto, la lingua neanche, detesto quegli stradoni larghi come autostrade, con le macchine che vanno come se fossero in autostrada, idem per le frotte di turisti che assediano ogni angolo della città in ogni periodo dell'anno. 
Eppure.... eppure... 
Parigi a volte ti concede degli squarci inaspettati che ti tolgono il fiato... 


E in mezzo a questo caos di persone che si muovono, parlano, comprano, vivono ... anche te riesci a trovare il tuo posto che ti calza a pennello.

martedì 9 ottobre 2012

JOYEUX ANNIVERSAIRE!!

Ce l'ho fatta!! Ieri era il compleanno di Pier e sono riuscita a fargli una sorpresa sorpresa. Tre giorni a Parigi, organizzato tutto in assoluto segreto, la sua unica indicazione era di prendersi tre giorni di ferie. Non ha sospettato niente e io sono riuscita a non farmi scappare niente (ed è stata durissima, in genere con i segreti io resisto meno di 2 minuti).
Ieri sera poi la rivelazione (con tanto di biglietto pop-up home-made!!), stamani valigie e oggi pomeriggio si parte!!
Au revoir mes amis, ci rivediamo nel fine settimana!



giovedì 4 ottobre 2012

Datemi un martello

Di solito sono una persona positiva e ironica, ma in questo periodo devo riconoscere che il mio livello di sopportazione si abbassa sempre più.
Non sopporto più gli studenti saccentelli che ti correggono / ti dicono cosa vogliono fare / cosa non vogliono fare / ti guardano con sufficienza quando spieghi il significato di una parola o di un modo di dire (insegno italiano a stranieri) / non vogliono credere che una parola in italiano significhi quello che stai spiegando e non quello che pensavano loro. Ci sarà un motivo se io che sono madrelingua italiana insegno l'italiano a te che sei polacco / russo / tedesco / finlandese / ungherese / giapponese / ..... ???
Non sopporto gli altri motorini in mezzo al traffico che se ne fregano di segnali stradali, macchine, la tua presenza sulla strada, le persone che attraversano la strada SULLE STRISCE.
Non sopporto le chiacchiere inutili che ti tocca sorbirti per un caffè o un panino al bar dalla barista depressa dalle tasse e dai clienti cafoni (ognuno ha i suoi di problemi, tieniti i tuoi e io penso ai miei!).
Non sopporto le persone che parlano ad alta voce.
Non sopporto chi apre la bocca solo per dargli aria e spara stupidaggini senza senso alle quali non vale neanche la pena rispondere.
Non sopporto le due mosche che da una settimane sono entrate in casa e che non riesco né a far uscire né a uccidere con l'inutile insetticida che ho trovato.
Non sopporto le penne che mi cadono o si nascondono chissà dove, i fogli con le liste di cose da fare che si nascondono, le telefonate perse nell'unico momento della giornata in cui non potevi proprio rispondere al telefono, gli elastici per capelli che si smaterializzano appena te li levi dalla testa, gli occhiali e le chiavi che finiscono regolarmente sul fondo della borsa.

Non ce l'ho con una persona in particolare, è solo che forse ho davvero bisogno di andare in vacanza...

mercoledì 26 settembre 2012

IN ORDINE SPARSO

In ordine sparso perché non riesco a iniziare e finire un post, quindi raggruppo qua tutte le bozze e amen.

Quest'estate ho fatto il doposcuola a un bambino di seconda elementare, presentatomi nel corso di una riunione con genitori, insegnanti, logopedista e psicologa come una peste ingestibile. E devo dire che il primo giorno ero un pò preoccupata perché casa mia sembra un museo degli oggetti dimenticata, è la casa dei miei bisnonni e dal momento che non ci ha più abitato nessuno è rimasta più o meno la stessa, e non è proprio il posto più adatto a contenere le furie di un terremoto di sette anni. Oltre tutto non mi sono mai sentita portata a trattare con i bambini, di solito la mia reazione quando me li trovo di fronte è cercare la via di fuga più vicina ...
In realtà la peste devastatrice si è rivelato soltando un bambino di sette anni che non ha voglia di studiare, cosa che sinceramente mi sembra abbastanza normale. Niente scatti di follia devastatrice, niente grida da parte mia per sedare l'ammutinamento, niente distruzione insomma. Soltanto un pò di pazienza e di fermezza per richiamarlo all'ordine quando si distraeva.
E io ho scoperto, mio malgrado, di saperci fare ...

La sister la tv non solo la fa, ma anche ci va (pardon per la rima...). Un amico in difficoltà l'ha chiamata a partecipare ad un programma su una rete tipo quelle che prima erano solo regionali ma con il digitale si vedono dappertutto. Faceva l'ospite, e la persona che chiamava da casa doveva indovinare la sua canzone preferita attraverso degli indizi (se ho capito bene). E a un certo punto riceve una telefonata a caso in studio da chi??? Dalla sottoscritta!!! Cioè, lei se ne stava appollaiata sul trespolo tutta tranquilla a fare la faccia di quella che in tv ci sta tutti i giorni, e io per 3 minuti di telefonata ho sudato dall'agitazione e mi sono affettata un dito insieme alla cipolla...

Ho scoperto di essere un'appassionata di tuffi. Non sono mai stata una appassionata di sport, anzi, ma quest'anno sky mi ha fregato. Non so perché tra tutti gli sport mi sono fissata proprio sui tuffi, ma me li sono visti tutti. Non ho imparato molto, però una cosa da dire ce l'ho: a me 'sti cinesi l'abbiamo capito che sono bravissimi, superperfetti e impeccabili, ma qualcosa lo fanno vincere anche a noi poveri figli di un mondo corrotto e senza disciplina???

E così alla fine il famigerato testone del TFA l'ho provato, non ne ho mai avuta voglia, ma in un momento di disoccupazione acuta avevo pagato i 100 euri di iscrizione e quindi mi scocciava buttarli via completamente. Non che l'averlo provato abbia cambiato qualcosa*, ma regalarli all'università così, senza neanche presentarmi, non mi andava proprio. Così una bella mattina mi sono presentata. Solite facce da filologi, nell'attesa solite discussioni deliranti sulla lunghezza dei piedi di un millepiedi, gente sprofondata con la testa in libri e quaderni di appunti. Il test verteva su praticamente tutto: letteratura latina e greca, italiana - tutta -, storia -tutta-, geografia. A parte per latino e greco, il resto del programma giaceva sommerso tra vaghi ricordi liceali o mancava del tutto, niente da stupirsi che questa esperienza si sia conclusa quella mattina stessa. 

Quest'estate sono tornata adolescente. Ho comprato un motorino e mi sembra di essere tornata indietro di 15 anni (anche se adesso porto SEMPRE il casco e conosco il significato dei cartelli stradali). Mezz'ora di motorino con il vento in faccia verso questo obiettivo:



*Non avevo ripassato niente di niente (in realtà in agosto fa avevo comprato un bignami di storia moderna, dal momento i miei ricordi in questo settore risalgono ai tempi del liceo, e in una fase, gli ultimi due anni, in cui lo studio non era esattamente una delle mie priorità. Dopo aver tentato inutilmente di ricordarmi qualcosa delle guerre di indipendenza della Polonia però avevo abbandonato l'impresa, anche per il fortunato arrivo di un impiego retribuito), ed infatti ho sbagliato 6 domande in più del necessario. 

mercoledì 1 agosto 2012

CINEMA ESTIVO



Ecco cosa ho fatto nelle ultime settimane. 
Ovviamente NON solo questo, ho insegnati italiano a alcuni di questi ragazzi e ad altri che non sono nel video. 
Questi ragazzi si sono prestati al gioco e così una mattina di luglio armati di telecamera e copione ci siamo aggirati per Pisa per le riprese, tra tante risate e gli sguardi divertiti dei passanti e dei turisti. 
In piazza dei Miracoli abbiamo avuto anche la nostra piccola avventura: abbiamo infatti scoperto, grazie ad una gentile guardia, che non si possono riprendere i monumenti della Piazza con apparecchi professionali o semi-professionali (cioè?), quindi siamo andati tutti quanti in corteo negli uffici a farci rilasciare il permesso dalle guardie dell'Opera del Duomo (cioè ha preso gli estremi della proprietari della scuola e ha urlato in un walkie-talkie che potevamo fare le riprese...).
Il risultato giudicatelo voi, noi ci siamo divertiti tutti, insegnanti e studenti.
Anche questo video, come quello fatto in Burkina


partecipa al videoconcorso di Edilingua, quindi più ci visualizzate, più aumentano le nostre possibilità di vincere almeno il premio social!!

venerdì 8 giugno 2012

AFRICHE

Questo post ha bisogno di una premessa fondamentale: passare meno di cinque mesi in un posto nell'arco di due anni non fanno di me una conoscitrice di questo posto, non voglio passarmi assolutamente l'esperta, davanti a ogni frase mettete un "secondo me". Quelle che seguono sono solo le cose che mi girano per la testa dopo aver osservato e vissuto un posto per un pò meno di cinque mesi nell'arco di due anni.

Ci sono tante Afriche (come ci sono tante Europe, tante Italie, tante Toscane, tanti San Miniato e ovviamente anche tante Me, è la fiera delle banalità ma andiamo avanti). 
C'è l'Africa dei bambini che ti guardano con gli occhi spalancati, delle donne con i figli al collo ed enormi contenitori d'acqua in equilibrio sulla testa, delle mutilazioni femminili e delle pratiche tribali, delle malattie endemiche, dei volti scavati dal sole, delle mani consumate dal lavoro, della polvere e del deserto. 
Poi c'è l'Africa (un pò meno pubblicizzata ma esiste) dei Ministeri e delle auto di lusso, degli aerei privati, della corruzione, delle mazzette miliardarie passate sotto banco che segnano il destino di migliaia di disgraziati senza voce.
Poi c'è un'altra Africa, è l'Africa "normale". E' l'Africa degli studenti in divisa che studiano e perdono tempo su Facebook, dei lavoratori che ogni mattina vanno nelle officine e negli uffici, delle famiglie con due figli e un televisore con la parabola, delle discoteche e della musica. Ecco, questa è forse l'Africa più difficile da raccontare, perché è più silenziosa, lavora per costruire un paese migliore per i propri figli e si nasconde di fronte alle machine fotografiche. E' la famosa classe media, che fa crescere la ricchezza di un paese, quella vera, percepita da tutti, che individua i veri problemi, perché ci combatte tutti i giorni, e progetta soluzioni adatte al contesto e realizzabili. Di una cosa sono sicura: è questa l'Africa che salverà le altre due. E non noi con i nostri aiuti umanitari e le nostre tonnellate di buone intenzioni. 

Sembro polemica, e in parte lo sono, ed è colpa di un'irritazione inspiegabile che mi viene ogni volta che vedo raccontare soltanto l'Africa povera, come se fossero là a morire di fame ed aspettare il buon uomo bianco che gli dà da mangiare, gli insegna a pescare e gli costruisce le scuole. Ci sono anche loro, gli Africani che lavorano e studiano, che hanno abitudini diverse dalle nostre, ma non per questo le vogliono cambiare, che sanno scegliere il buono di quello che gli portiamo, e mantenere la loro identità.


Non voglio dire con questo che i bambini che muoiono per il morbillo e la carestia non esistono, ma ci sono anche uomini e donne che non vanno compatiti, ma semmai aiutati a combattere.

lunedì 28 maggio 2012

PROVE DI REGIA

Rieccomi dopo un pò di assenza, e di nuovo per parlare di Burkina. 
Come forse avevo accennato in precedenza, ho fatto partecipare gli studenti dell'IPS a un videoconcorso indetto da una casa editrice di libri di italiano per stranieri. In palio ci sono materiali didattici, che in Burkina sono rarissimi (nel caso poi dell'italiano direi anche introvabili, se si escludono quelli che ho lasciato io). Il video è stato girato uno degli ultimi giorni, quindi verso fine marzo, e chi c'è stato sa quali sono le temperature in quel periodo, verso le due del pomeriggio, uno dei momenti più caldi della giornata. I ragazzi sono arrivati un pò in ritardo e io ero un pò incavolata a dire la verità, ma una volta incominciato siamo stati presi dall'impresa. Abbiamo dovuto fare dei cambiamenti al testo che parlava di tramezzini, panna cotta e tramezzini, decisamente fuori luogo con quei climi. Con l'aiuto della cucina abbiamo allestito il nostro set e si parte con le riprese. I ragazzi erano spaventati di dover recitare tutto insieme, quando hanno capito che si girava poche battute ala volta hanno fatto un sospirone. Pier come operatore e fotografo di scena, io come regista e scenografo, ci siamo messi a girare scena dopo scena. Abbiamo anche dovuto allontanare dei curiosi che facevano capolino e distraevano i nostri attori, all'inizio impacciati e timidi, ma piano piano sempre più sciolti. 
Finito di girare corsa in classe per completare il ripasso prima dell'esame del giorno dopo. 
Due giorni dopo siamo tornati a casa, e il video ha sonnecchiato in una chiavetta fino a sabato. Sabato pomeriggio finalmente abbiamo montato tutto (temevamo che l'audio fosse pessimo, ma alla fine va benone) e oggi abbiamo pubblicato il video. Adesso abbiamo tempo fino a novembre. I video più visti su Youtube saranno premiati. 

Quindi:GUARDATE E RIGUARDATE, FATE GUARDARE E RIGUARDARE!!


giovedì 12 aprile 2012

RIENTRO E RIFLESSIONI

Sono tornata da 10 giorni, e ancora una volta ci metto un pò a metabolizzare il rientro.
Quest'anno i 30 gradi di sbalzo della temperatura si sono fatti sentire: influenza e raffreddore appena arrivata.
Qualche sera fa, a due giorni dal rientro mi hanno fatto una domanda che è poi quella che mi faccio io dall'anno scorso: perchè corsi di italiano? Intendo dire, con tutto quello che manca in un paese come il Burkina, che se ne fanno dell'italiano? Ci combatto dall'anno scorso con questo quesito e la risposta più banale è che purtroppo non sono un medico, un ingegnere o un agronomo, e faccio quello che posso fare. 
Uno potrebbe dire "E allora che ci vai a fare? Non porti niente di utile, quindi potresti restartene a casa e lasciar andare chi può fare qualcosa davvero". E una parte di me dice che avrebbe del tutto ragione. 
Un'altra parte però ci prova timidamente a dire la sua. Perchè bisogna dare solo le cose essenziali? Perchè non dare anche a loro la possibilità di imparare qualcosa che forse sarà superfluo ma che arricchisce comunque il loro bagaglio culturale? Perchè sono davvero convinta che sapere - qualunque tipo di sapere - sia potere.
Ovviamente parlo di persone che vanno all'università e che quindi il problema del cibo - di solito - non ce l'hanno.
Perchè devono accontentarsi della sopravvivenza?


Questo avrei voluto rispondere l'altra sera, quando con una birra in mano un tizio mi ha chiesto che se ne facevano dei corsi di italiano in Burkina. E invece ho alzato le spalle e ho fatto un sorrisino...

mercoledì 21 marzo 2012

BENVENUTI AL NORD

E così, nonostante i consigli di tutti i connazionali in Burkina e in Italia che ho sentito, lo scorso fine settimana siamo andati a nord. Pier doveva fare un po’ di reportage sulle siccità e abbiamo deciso di fidarci di tutti i nostri amici burkinabé che ci hanno assicurato che il paese è sicuro, che non ci sono terroristi, che se si va con le guide non si corrono pericoli. E dal momento che sono qua a raccontarvelo significa che avevano ragione loro.

La partenza sabato è un po’ complicata, la persona che doveva venirci a prendere alle 8 dopo averci assicurato “vengo tra mezz’ora” per un paio di volte alla fine ci fa chiamare alle 10:30 per dirci che non può venire. In un modo o nell’altro a mezzogiorno siamo su una macchina io, Pier, l’autista Paul e Marcel, uno dei ragazzi che lavora qua, a farci da guida. Decidiamo di non andare fino a Gorom Gorom perché data l’ora non avremmo potuto fermarci da nessuna parte ma avremmo dovuto andare direttamente là (ci sono 267 km fino a Dori, da lì partono i 57 km di pista sterrata per Gorom Gorom e ci vuole lo stesso tempo che per arrivare a Dori).
La prima sosta è a Kaya, perché i nostri amici devono ancora mangiare (mentre noi, nell’attesa della mattina, ci siamo scofanati un paio di sandwich a testa). Ci fermiamo al mercato: Pier comincia a fare un po’ di foto, ma si muore di caldo e appena possibile risaliamo in macchina. Ad un certo punto scorgiamo delle coltivazioni di baobab che, come ci spiegano, servono per conservare l’albero più maestoso della savana che sta piano piano scomparendo. Continuando il cammino ci mostrano anche le miniere d’oro in gestione ai canadesi (accesso vietatissimo, ovviamente) e lungo la strada vediamo le donne che scavano buche superficiali nei terreni dei dintorni alla ricerca di polvere d’oro.

Il nostro obiettivo sono i barrage e i pozzi: il primo barrage è quello di Tougouri, e nella sosta buchiamo anche una gomma. Il barrage è parecchio in secca, ci sono donne e bambini che lavano i panni in un’acqua marrone e fangosa, mandrie di zebu che si avviano pesantemente verso la riva per abbeverarsi, e gli occhi curiosi dei bambini che ci seguono ovunque.
Dopo una breve sosta (durante la quale Paul cambia anche la ruota bucata) si riparte. Lungo la strada si vedono i segni di pozze d’acqua prosciugate, riconoscibili dai mucchi di mattoni di fango stesi a seccare. Poco prima di Bani ci fermiamo ad un pozzo presso una chiesa. Ci sono decine di bambini dai 2 ai 14 anni (così mi pare almeno) che riempiono taniche d’acqua azionando la ruota del pozzo. Pier con la macchina fotografica diventa l’attrazione del momento: i più disinvolti si mettono in mille pose diverse, lo chiamano, ridono guardando le foto. Alcune bambine invece prima si scherniscono intimidite, ma vedendo le amiche vicine si mettono a ridere. Io continuo a restare incantata da questi bambini, e sono una che normalmente non ha né attrazione né pazienza verso di loro, anzi. Ma qua non so, hanno uno sguardo al tempo scanzonato e saggio, ti mettono l’anima a nudo.




Lasciamo qualcosa al catechista della chiesa e gli promettiamo di mandargli le foto tramite un prete. 
E si riparte. 
Dato che abbiamo tempo ci rifermiamo a Bani, a vedere le moschee che l’anno scorso ci hanno lasciato senza parole. E anche quest’anno restiamo senza parole, ma nel vedere l’enorme buco nel tetto provocato dalle piogge. Il figlio del profeta ci spiega che si sono stufati di chiedere aiuti che non arrivano, e che ora ci proveranno da soli a ricostruire uno dei pochi monumenti artistici del Burkina. Ma non hanno acqua, non hanno soldi, sono abbandonati da tutti. Io un dubbio a questo punto lo avrei: ma non sarà che non li aiuta nessuno perché sono Mussulmani? La maggior parte della cooperazione passa per le strade della chiesa, o per il volontariato laico, questi Mussulmani senza acqua non saranno forse troppo vicini ai terroristi del Sahara?
Arriviamo a Dori verso il tramonto e andiamo subito all’albergo. Non è quello solito dove vanno i nostri amici, abbiamo chiamato tardi e non avevano delle stanze pronte. L’albergo del Sahel è un edificio con le stanze poste intorno a una corte dove sono stesi ad asciugare vestiti e lenzuola. Prendiamo una stanza con l’aria condizionata perché fa caldo. La stanza è… pareti verde braccio della morte, insetti morti sul pavimento, lenzuola sottili come carta velina, bagno con vista camera; il lavandino grande come una scodella ma tanto dal rubinetto non scende acqua, l’acqua esce solo dalla doccia un tanto al minuto. E l’aria condizionata fa un rumore che sembra di stare un frigorifero (rotto dal momento che non raffredda niente). Ma abbiamo la tv i camera, un vangelo in tre lingue e un libro dei Salmi. Per una sera andrà bene. 



Andiamo a mangiare dell’ottimo pollo nel ristorante di fronte e poi ci prepariamo per la notte. Passata quasi completamente in bianco. Sarà il posto nuovo, sarà che appena preso sonno mi sveglio di soprassalto per un rumore e comincio a avere visioni di rapimenti da parte di sanguinari terroristi, che irrompono nella stanza armati fino ai denti, sarà che vestita non sto tanto comoda e che il lenzuolo mi scappa da tutte le parti, sarà un insieme di tutto questo, ma non chiudo occhio (e non faccio chiudere occhio a Pier) fino alle cinque.
Sveglia alle sette, l’autista ci propone di andare a vedere le dune, a pochi km fuori dal Dori sulla strada per Gorom Gorom. È la strada che abbiamo fatto l’anno scorso, ma non c’era il deserto, che avanza di mese in mese. Non sono dune tipo Sahara, ci sono ancora un po’ di alberelli e di cespugli spinosi, ma la sabbia è finissima (ce ne siamo portati via un sacchettino ma ovviamente l’abbiamo dimenticato nella macchina, quindi niente sabbia).
Ci dirigiamo nuovamente verso Ouaga, e ci fermiamo al barrage di Yalgo, che avevamo visto all’andata. E qua la situazione è ancora peggio che a Tougouri. C’è una presa dell’acquedotto in secca, e la pozza d’acqua che rimane è circondata da un perimetro largo una decina di metri di terra secca e riarsa. C’è un gruppo di persone che pompa l’acqua in taniche per usare per l’irrigazione. Sugli scogli in secca dei bambini pescano dei pesciacci e ci mostrano orgogliosi i due che hanno già preso. E poi bambini che ci seguono prima da lontano timorosi, poi sempre più vicini e sorridenti.
Proseguiamo ancora e ci fermiamo a mangiare in un bel ristorante all’aperto a Kaya, il ristorante del museo come scopriamo. Ci sediamo all’ombra di una pagoda sorretta da statue di legno molto belle. Paul ci racconta che la settimana precedente era andato con dei medici italiani al confine con il Mali a vedere i profughi scappati dalle incursioni algerine (se ho ben capito). Ci spiegano la primavera araba vista da loro, e che per loro Gheddafi in fondo non era considerato il Male, ma un capo che aveva un’idea di Africa unita e indipendente dall’Europa (e in particolare dalla Francia, della quale non ho mai sentito parlare in termini positivi in Burkina), purtroppo il voler imporre l’Islam come religione per tutti gli aveva allontanato le simpatie di molti, soprattutto qua in Burkina, dove la religione è vista come una scelta personale e vissuta in tranquillità e tolleranza verso ogni altra forma di culto.
Alle due circa siamo di ritorno a Laafi Roogo. Dopo la notte nell’albergo a Dori mi sembra di tornare al Grand Hotel, con la sua doccia, l’aria condizionata, il pavimento e le lenzuola pulite.
Rispetto all’anno scorso sono meno scioccata da quello che vedo, e questo mi dà modo di pensarci con più lucidità, e di vedere la siccità e gli sforzi delle persone per sopravvivere e migliorare la propria condizione. E non so se è giusto non restare più sconvolti, perché in fondo io guardo ma non condivido veramente, la mia camera viene pulita ogni mattina da una signora gentile e sorridente, l’aria condizionata mi fa dormire di notte, posso godermi il lusso di scegliere cosa mangiare. Ecco questo è il dramma della mia Africa, vedere tutto questo, trovarmici in mezzo, ma restarne nonostante tutto estranea.

mercoledì 14 marzo 2012

ANCORA PENSIERI IN ORDINE SPARSO

Ieri mi hanno portato in un quartiere chiamato la Petite Paris. Era il quartiere dei bianchi all'epoca del colonialismo. E ancora pare di respirare un non so ché di decadente e opulento: una sfilza di villette protette da muraglioni da cui strabordano rigogliose bouganville in fiori, all'interno si intravedono talvolta edifici dall'architettura assurdamente neoclassica. 

Da oggi comincia il caos delle lezioni. Tutto il programma da finire (anzi, con quelli del primo anno praticamente da iniziare) in 10 giorni, incluso esame orale e preparazione all'esame scritto che verrà invece fatto dopo che sarò partita per dar modo agli studenti di digerire tutte le ore di lezione che si dovrenno sorbire, e che sarà poi spedito per la correzione (tramite connazionale di ritorno in Italia). 

E poi domani arriva Pier, e non sto nella pelle. Mi sono messa 9 ore di lezione per farmi passare la giornata, dal momento che arriverà a mezzanotte. E organizzare le trasferte e gli spostamenti, perchè lezioni e suo lavoro permettendo, andremo un pò in giro per documentare la situazione delle regioni settentrionali del paese, che quest'anno attraverseranno una grave siccità.

Io non so se è una mia impressione sbagliata, azi, sicuramente lo sarà, ma rispetto all'anno scorso vedo più benessere in città. Intendiamoci c'è ancora tanta tantissima miseria, e bambini scalzi e straccioni, e donne scheletriche che trascinano carichi enormi, ma... vedo più macchine e più parabole. Devo ammettere che ho girato pochissimo fino ad oggi, ma qua intorno per esempio (e sto in un quartiere abbastaza periferico)  sbirciando dentro le case sgarrupate si vedono tante parabole. E mi sembrano in aumento i cancelli decorati delle case dei "ricchi". O forse vedo solo cose che l'anno scorso non avevo visto e non vedo più quello che mi aveva sconvolto alla mia prima visita. 

sabato 10 marzo 2012

BON TON E MATRIMONI IN BURKINA

Sono settimane che appunto pensieri, esperienze e sensazioni e poi non ho il tempo di metterle in ordine, quindi ve le propongo più o meno come mi sono venute fuori.

Si imparano sempre cose nuove (osservazione acuta, vero?).

Se chiedi il prezzo di qualcosa, per esempio quanto costa un sacchetto di arance, ti senti rispondere "cinquante-cinquante", e io non capivo perché ripetessero il prezzo. La spiegazione è arrivata: il prezzo si ripete per indicare che ogni unità costa quella cifra, altrimenti uno potrebbe pensare che con cinquanta CFA si porta via tutte le arance.

Poi regole di bon ton. 
Ogni volta che arrivavo al tavolo mentre qualcuno stava mangiando al mio "bon appetit" rispondevano tutti "vous etes invités" e non capivo se si trattasse di una frase di pura cortesia o se veramente mi stessero invitando a pranzo. E' entrambe le cose, e uno la può prendere come vuole, ho scoperto. La cosa fondamentale è di non chiedere MAI "vuoi mangiare?" perché viene presa come un'offesa, come un falso invito fatto nella speranza che l'altro rifiuti. E rifiutano, stessero pure morendo di fame, ma non accetterebbero mai un'invito fatto in questo modo. 
Regola simile anche per gli inviti a casa: qua non si usa invitare a casa propria, sembra un invito fatto forzatamente. Ci si auto-invita semmai, e questo rende i padroni di casa onorati di essere stati scelti, proprio loro, tra tutti; e guai a presentarsi con un pensiero, si darebbe l'idea di non fidarsi e di portarsi dietro la propria roba da mangiare o di voler "pagare" l'invito.

Sabato scorso sono andata al matrimonio tradizionale di un mio amico. Lui e la fidanzata vivono già insieme ed hanno un figlio, ma evidentemente hanno deciso di rendere la cosa ufficiale. Un matrimonio qua si svolge in tre fasi: il fidanzamento ufficiale, il matrimonio religioso e quello in comune. Ovviamente quello più importante è quello tradizionale. La famiglia e gli amici dello sposo si recano quindi a casa della famiglia della sposa, nel nostro caso a Ziniare, un villaggio non molto distante da Ouaga. 
E' già stato deciso in anticipo quanti soldi darà lo sposo alla famiglia della sposa. C'è proprio una list con zii, cugini, parenti vari e quanto ciascuno si aspetta di ricevere dallo sposo. Arriviamo a casa della sposa verso le quattro, e ci fanno accomodare sotto una tettoia. Siamo troppi e devono aggiungere delle panche in ogni angolo di ombra della corte. Stiamo un'oretta a chiaccherare e scherzare tra di noi*. Nel frattempo girano calibas con varie cose da bere. A un certo punto mi rendo conto che qualcosa succede all'ingresso della casa e mi spiegano che le famiglie dei due sposi stanno discutendo del matrimonio. Si tratta di una fase molto importante e da cui i due sposi sono totalmente esclusi, tant'è che stanno a chiaccherare con noi. Il matrimonio infatti unirà le due famiglie, e sono quindi loro a discutere del come e del perché, con l'aiuto di un ragazzo che fa da intermediario esterno.
A un certo punto tutti si alzano e noi, senza sapere perché, li seguiamo. Scopriamo che bisogna fare il giro degli anziani del villaggio**. Giro che dura fino a notte inoltrata. 
Dopo un pò in realtà la maggior parte degli invitati molla la delegazione itinerante e ci fermiamo davanti alla casa della sposa a chiaccherare, ascoltare musica e ridere. Quando a un certo punto siamo tutti un pò sconcertati dall'attesa, finalmente arrivano i reduci dal giro del villaggio. In quattro e quattr'otto ci portano da mangiare riso e pollo in ciotole posate per terra. Si mangia ovviamente con le mani, e qua si apre il mio capitolo pietoso. Chi mi conosce sa che io odio mangiare con le mani, mangio con forchetta e coltello anche le costine di maiale, e non per snobbismo, ma perché detesto avere le mani appiccicose. Ma in questo caso occorre fare di necessità virtù: mi spalmo il riso su tutta la faccia e metà mi finisce sui piedi (peccato perché era buono buono). E tutti che mi guardano e ridono...
Finito di mangiare in quattro balletti si alziamo e ce ne andiamo. A questo punto tutto si sposta a casa dello sposo, ma io sono stanca, ricoperta di polvere e appiccicosa di pollo e mi è anche venuto il raffreddore. Quindi mi scuso e do forfait. La festa, mi raccontano il giorno dopo, prosegue fino all'una inoltrata.

E c'è sempre questo senso dilatato del tempo che mi lascia senza parole, perché stai tre ore ad aspettare che gli sposi facciano il giro del villaggio cotti dal sole e coperti di polvere, ma mentre aspetti ti dimentichi di aspettare. Mi spiego meglio: di solito da noi l'attesa è un momento sospeso, non vissuto pienamente, perché uno con la testa è già proiettato verso quello che sta aspettando. L'attesa da noi diventa tempo perso. Qua invece l'attesa è un tempo pieno, pieno di chiacchere, di risate o anche solo di tempo per pensare a sé. Spero di riuscire a portarmela a casa questa capacità di riempire il tempo.



*Tra parentesi sono testimone di una conversazione tra alcuni miei amici burkinabé da inizio Novecento sull'opportunità che gli autisti non mangino insieme ai padroni per evitare ogni contatto troppo familiare che poi porterebbe l'autista a non saper più stare al suo posto... 
** Nell'immaginario collettivo, o almeno nel mio fino a prima di arrivare qua, i villaggi africani sono costituiti da un gruppetto di capanne o casupole radunate intorno ad uno spiazzo centrale. Non so altrove, ma qua in Burkina non è così. I villaggi si stendono su aree molto vaste, con le case distanziate tra loro anche chilometri, divise dai campi coltivati. Non ne sono sicura, ma credo che questi siano i campi delle donne, mentre i campi degli uomini dovrebbero essere fuori dal villaggio. Le donne dopo aver svolto tutte le altre mansioni di casa (incluso andare a prendere l'acqua al pozzo, che dista a volte anche più di 10 chilometri) lavora il suo campo insieme ai figli più piccoli.

lunedì 5 marzo 2012

SILENZI

Durante il mio soggiorno a Ouaga sono ospitata in una struttura alla periferia della città che comprende una sorta di albergo-centro d’accoglienza (dove appunto dormo), un centro per gli handicappati che producono e vendono oggetti di artigianato locale e l’IPS, l’università dove faccio i corsi. Queste tre strutture si trovano all’interno di un quadrato recintato da un muro con un vasto piazzale al centro e due patane, dei gazebo costruiti intrecciando delle piante in un modo particolare tipico dei Mossi. Tutta questa struttura di chiama Laafi Roogo, che in mooré significa Casa della Pace, un’oasi nel vero senso della parola perché le piante annaffiate strabordano dai loro vasi e i rampicanti sovrastano i muri sui quali si dovrebbero arrampicare, mentre tutto intorno è polvere e spazzatura.
In questa specie di albergo a partire da fine febbraio gli ospiti occidentali sono sempre meno perché comincia la stagione calda, e anche quelli locali se possono evitano di viaggiare. Rimango solo io come ospite, in compagnia del personale che lavora qua.
Le giornate si susseguono in un alternarsi di silenzi e voci. Alle 7 di mattina sono le voci delle cameriere che mi svegliano parlando in quella loro lingua incomprensibile. La mattina alterna nel sottofondo le chiacchiere sommesse e gli improvvisi scoppi di risa delle cuoche e delle segretarie, gli studenti che arrivano a gruppetti a prendersi un panino o un sachet d’eau tra un’ora e l’altra, gli inni ripetitivi della Radio Maria locale. Poi c’è l’arrivo di un motorino smarmittato o il cigolio di una bicicletta, lo sbattere di una porta e ogni rumore è accompagnato da voci che salutano, chiedono, ridono.
Verso l’ora di pranzo le voci calano, perché il caldo toglie le forze e anche la voglia di ridere e di parlare. Questo silenzio caldo e soffocante viene squarciato di tanto in tanto dalla tv, dove si alternano pubblicità di motorini, spot governativi e telenovelas sudamericane. Ma a un certo punto anche la tv tace. E fino alle 4 del pomeriggio circa non resta che il silenzio afoso. Sul tardi la vita riprende, perché le lezioni stanno per finire, e così pure la giornata lavorativa. A un certo punto si sente in sottofondo anche il richiamo del muezzin di una moschea vicina. Piano piano tutti tornano a casa e resto sola o quasi, a gustarmi un silenzio quasi surreale. Se anche trovi qualcuno con cui fare quattro chiacchiere le voci restano basse, come a non disturbare la vita notturna, fatta di scricchiolii e fruscii nell’oscurità. È la vita degli animali e dei guardiani notturni. Nel week end questo silenzio viene disturbato dalla musica scatenata delle feste private o dei maquis, ma in qualche modo i suoni restano esterni, non riescono veramente a toccare questa calma. 
Questo è il mio momento. Ci sono solo io ad ascoltare il silenzio. Esco sul terrazzo a fumare una sigaretta, e scopro che ci sono dei gatti paurosissimi e spelacchiati che di notte escono a caccia. “La mia Africa” è questo silenzio notturno in mezzo alla città caotica.

venerdì 2 marzo 2012

RIVELAZIONI

Ore di lezione di italiano effettuate dal 17 febbraio, giorno del mio arrivo in Burkina: 13. 
Giorni e soprattutto notti (dal momento che la connessione funziona a partire dalle 21) spese a lavorare ad un progetto sulle RIS (cioè, Risorse Idriche Superficiali, e ho imparato anche altro lessico superspecifico, tipo: sapete cosa sono le GIS??): 10. 
Nello specifico: abbiamo (ho) realizzato il blog del progetto, preparato una presentazione del progetto in Power Point per una conferenza in Italia, scritto una presentazione del progetto in francese per i collaboratori locali, presentato il progetto al Direttore Generale e agli studenti dell'IPS, preparata una lista degli istituti e delle associazioni implicate nella gestione delle RIS (attraverso il metodo tradizionale, cioè l'elenco del telefono), organizzato escursioni in giro per il Burkina e risposto a decine di mail con richieste di ogni tipo. 
Vista da un occhio occidentale questa lista sembrerà assai limitata e non degna di nota, ma tenete conto che: per aprire una mail durante il giorno ci vogliono circa 10 minuti, non vi dico per rispondere (e immaginatevi per montare un blog...); qua con le parole sono mooooolto molto pignoli, ogni parola viene soppesata, cambiata, risoppesata, ricambiata decine di volte, le due presentazioni sono state riscritte almeno 5 volte ciascuna; oltre a occuparsi di questo progetto, gli altri hanno il loro lavoro quotidiano di cui occuparsi; il mio computer è stato rotto per 3 giorni, quindi abbiamo dovuto lavorare in 3 con un computer solo, più il mio telefono che all'occasione è servito da macchina da scrivere; e infine né io né gli altri due con i quali lavoro abbiamo la minima conoscenza nel settore RIS, ed è vero che il nostro è solo un ruolo organizzativo, ma non è facile organizzare una cosa di cui non sai praticamente niente. 
E non bisogna dimenticare che ho trascorso più di 10 anni della mia vita a studiare il greco antico, una delle cose forse più agli antipodi di quella che sto facendo adesso.

Ovvero: come andare in Burkina e scoprire di avere uno spirito da organizzatrice! 

Tra parentesi ho fatto furore grazie alle mie "competenze informatiche"... Sono diventata il guru dei computer, peccato che quando arriverà Pier le mie presunte abilità verranno totalmente ridimensionate...

sabato 25 febbraio 2012

ALTI E BASSI

Ieri pomeriggio mi è morto il computer. E fino al 14 marzo non ho piu lezione con i ragazzi perché vanno in vacanza per la fine del quadrimestre (io l'avevo chiesto se c'erano vacanze perche avrei cambiato il periodo, ma... ). Non so se é la somma di queste due cose, o il Lariam che non mi fa dormire, ma oggi e proprio una di quelle giornate no. Oltre tutto è il week end, l'ozioso oziosissimo week end, e questo significa che sono praticamente sola, a parte una anziana tedesca che quanto a umore non sta meglio di me, per una serie di storie contorte che mi ha spiegato ma che sinceramente non ho capito bene.
E tutta questa tristezza si porta dietro il pessimismo e lo scoraggiamento, la paura che tutte le belle cose che vorrei fare finiscano in una bolla di sapone, e il pensiero per il futuro che non vedo roseo, e altri pensieracci tristi che mi hanno assalito tutto il giorno.
Ecco, essere qua enfatizza tutte le emozioni, ieri la contentezza per il buon lavoro svolto, e oggi il peso di una giornata davvero no.
Quando è cosi non c'é niente da fare, mi tengo la tristezza, la mancanza di casa e di Pier, la pesantezza nella testa per il poco sonno. E aspetto che la giornata arrivi alla fine, sperando che domani sia un giorno migliore.

martedì 21 febbraio 2012

BACK TO OUAGA

Eccomi di nuovo a Ouagadougou. 
La sensazione è che non sia cambiato niente, di essere tornata dopo un'assenza di pochi giorni e non di mesi, dieci mesi per l'esattezza. Eppure dei cambiamenti ci sono stati. Hanno messo la wifi (che funziona ora si ora no ora sì ora no, ma c'è e almeno con il telefono riesco a restare connessa e la sera dopo una cert'ora si riesce anche a parlare via skype), ci sono più studenti all'IPS, uffici che sono stati spostati, anche alcune persone sono state spostate. E poi ci sono io che dal mio rientro non sono più la stessa persona, che ho le idee più chiare rispetto a quello che voglio fare, che l'anno scorso ero arrivata in fuga da non so più cosa, mentre oggi sono qua con un progetto ben chiaro in testa, che l'anno scorso ero partita senza guardarmi indietro, mentre questa volta ho dovuto lasciare a malincuore un pezzo di me a casa.
Ma ho trovato altre cose rimaste identiche, particolari quotidiani che avevo forse dimenticato, e che ho ritrovato intatti. Si tratta di momenti che troverei insoliti a casa ma che qua diventano la norma. Come le strane compagnie con cui capita di trascorrere una serata, tipo quella si qualche sera fa con la quale ho rimediato una fantastica cena improvvisata: una anziana tedesca che gira i villaggi con uno spettacolo di ombre cinesi per una campagna di sensibilizzazione contro la pratica tradizionale dell'infibulazione, un francese che arriva con uno scassato Fiorino dall'Alsazia (e questa volta devo dire che ha confermato in pieno il cliché del francese arrogante e antipatico, con tanto di battuta sugli italiani che non lavorano mai) e un'inglese che gira l'Africa in autobus ed è ripartita, sempre in autobus, per il Camerun. 
E poi c'è la facilità con cui fai amicizia ed entri subito in confidenza con chiunque, e chi mi conosce sa che in genere non è questo uno degli aspetti che mi caratterizza, anzi...
Ho rivisto vecchi amici ed incontrato altri che lo diventeranno presto, con i quali pensare e - speriamo - realizzare progetti ambiziosi.
Avevo dimenticato poi la polvere, maledetta polvere, che dopo 10 minuti dall'atterraggio già mi ricopriva interamente e si infilava per le narici fino a dare l'impressione di cementare il cervello, e non importa quante docce tu ti faccia, dopo dieci minuti sarai nuovamente polveroso e appiccicoso.
E le lucertolone con le loro danze al sole, che sarebbero anche buffe se non fossero animali orrendi.
Il traffico caorico e spensierato di Ouaga, con i motorini che sfrecciano ovunque e se non ti scansi ti potano senza rimpianto.
E quella sorta di incosciente fatalismo africano, che finisce per contagiarti.
E la solitudine di certi pomeriggi appiccicosi, con il rumore del ventilatore a tenerti compagnia e il mio Pier a cui raccontare di me e di quello che vedo o faccio attraverso un computer, con la differenza che allora eravamo due semisconosciuti che il destino aveva messo insieme per una decina di giorni durante il tour delle disgrazie, e non potevamo certo prevedere che questo viaggio ci avrebbe unito per parecchio più tempo.
E così rieccomi a Ouaga, a cercare di districarmi tra sensazioni nuove e vecchie.

E domani comincio i corsi, prima tre ore con i miei vecchi studenti (più un osservatore esterno: uno studente italiano di scienze politiche arrivato qua non ho capito come), poi mercoledì altre tre con la nuova classe. E poi la classe degli adulti che comincerà quanto prima. E poi il mio ambizioso e complicato progetto di creare una sorta di centro di cultura italiana qua, e il progetto di un altro sognatore sul centro studi per lo sfruttamento delle acque di superficie. E poi le persone che ti capita di incontrare, e le cose che ti capita di vedere e di sentire. E la siccità da raccontare, perchè quest'anno sarà davvero dura, in alcune regioni non ha piovuto affatto, la gente non ha potuto raccogliere il miglio ed è già alla fame. E poi le ultime due settimane in cui Pier finalmente mi raggiungerà per altri progetti.
Bene, al lavoro gente!

giovedì 2 febbraio 2012

movimenti sedentari

Ma chi lo ha detto che "sorelle in movimento" deve ridurre le sue aspettative sulla parola _movimento_???
Sono a Roma da qualche mese, e proprio ora che ho ritrovato una mia routine, non mi sentivo così in movimento da tempo! Se non si considera movimento alzarsi la mattina alle 6:30, fare colazione, preparare il pranzo, lavarsi vestirsi ed uscire, prendere un autobus fino alla stazione metro più vicina (Battistini), salire in metro, scendere a Termini, imbarcare sulla metro B, caracollare fuori a Monti Tiburtini, (dall'altro capo della città da dove si è partiti), camminare 10 minuti, farsi 4 piani di scale e finalmente arrivare a destinazione. A questo punto, dopo 9 ore di Brain Storming (in cui fai camminare e muovere la mente), scendi la scale e ricominci da capo il viaggio di ritorno.
Chi dice che non sono in movimento??????

lunedì 30 gennaio 2012

NUOVE PARTENZE



Negli ultimi mesi a dire la verità siamo state sorelle assai poco in movimento: la sister è tornata a Roma e si muove solo per andare a trovare la mutter e io faccio la semipendolare sulla fi-pi-li. 
Ma tra poco si riparte. Sei settimane in burkina, sei settimane di corsi, di caldo, di riso e polletti duri duri, e di chissà cos'altro. E spero anche un paio di settimane di reportage fotografico se mi raggiunge Pier. 
Questa partenza è diversa da quella dell'anno scorso: non parto più alla cieca, più o meno so cosa aspettarmi, starò via meno di un mese e mezzo e non tre, conosco già le persone con cui lavorerò, inoltre l'anno scorso partivo senza lasciarmi dietro nessuno, mentre questa volta lascio qua un pezzo di me.
Quest'anno cercheremo di mettere in piedi un progetto che mi sta molto a cuore, incontrerò i nuovi studenti dell'IPS, imparerò qualche altra parola di mooré, e cercherò di vedere qualcosa di tutto quello che non ho visto l'anno scorso, e di raccontarlo nuovamente su questo blog.

giovedì 19 gennaio 2012

risposte difficili per domande facili

Cara Sorella.
Invece di risponderti in un msg, ti rispondo con un post. Ovviamente ti dò il mio punto di vista, probabilmente uno dei tanti possibili.
Come tu sai, ma monti lettori non lo sapranno, sono andata a fare una fantastica giornata per il Recruiting di Rayanair. Avevo intenzione di scriverci su, in un momento di ispirazione, un bel post, ma un pò te mi hai anticipato, un pò se aspetto l'ispirazione... campa cavallo! Così sfrutto l'esperienza per risponderti, anche se oggi è una giornata polemica invece che ispirata.
Non solo è stata una giornata massacrante, ma mi sono ritrovata a parlare con persone che sono nella mia stessa identica situazione. E così scopri così che sono tante. Troppe.
Mal comune mezzo gaudio? No. Pultroppo no. Ormai abbiamo superato anche quel livello di scongiuro.
Ad ogni modo, parlavamo di aerei che cadono e hostess (assistenti di volo è un nome più corretto, perchè hostess è anche colei che sta negli stand delle fiere a mostrarti una forma di cacio e farti assaggiare un nuovo tipo di prosciutto. A questo tipo di Hostess non è richiesto un certificato che attesti il fatto che ha superato un corso per salvarti le chiappette).
All'apparenza, questi ci credono sul serio alle misure di sicurezza. Ce l'hanno ripetuto 100 volte. Sì, anche a me è parsa più una pubblicità che altro, ma d'altra parte, quando sali su un aereo, non ti possono dare in mano una ciambella e dirti, nel caso di caduta, "bella per te fratè". (anche perchè te lo direbbero in inglese, il che suonerebbe tipo: good for you brother, che fa un pò caha).

E veniamo a idraulici, fattorini che sbagliano strada, elettricisti, e chi più ne ha più ne metta. Sorella. Pensaci, senza di loro non sapresti con quante mattonelle è stato ricoperto il paviemento del salotto. Inoltre, è un bene che non puoi andare a fumare. Il fumo fa male. In realtà, questa categoria di persone, è proprio quella che ti fa amare la libertà di stare dentro casa senza dover aspettare nessuno. A me è successo con la doccia. Perchè quando aspetti un pacco dalle 8 alle 12, o ti svegli alle 7 e ti lavi, o rimani sudicia. Anche qui. Risparmio sulla bolletta. E poi lavarsi troppo spesso fa male.

Ecco vedi? la risposta è semplice, se la vuoi fare semplice, anche se potrebbe essere difficile.

DUE DOMANDE FACILI FACILI

So che nella vita ci sono dei misteri incomprensibili, che è inutile cercare di svelare, ma all'inspiegabilità di certi misteri proprio non riesco ad adattarmi. Le condivido nella speranza che qualcuno sappia placare il mio spirito desideroso di risposte.

Ma tutta quella sceneggiata di hostess e stuart (anzi, ora si chiamano assistenti di volo, ma che male c'era prima a chiamarli hostess e stuart???) prima del decollo - giubbotti di salvataggio, scivoli di evacuazione, uscite di sicurezza ecc. - viene svolta perché e compagnie aeree ci credono davvero che in caso di ammaraggio sapere come usare gli scivoli di emergenza possa servirti a qualcosa, o è solo un modo per tranquillizzare i passeggeri in ansia da volo, per la serie "tranquilli tutti, si pensa a tutto noi, non si cade e anche se si cade basta seguire le istruzioni e va tutto a posto"??

Perché mai idraulici, elettricisti, caldaisti e compagnia bella danno appuntamenti precisi tipo "vengo nel lunedì pomeriggio", oppure "passo martedì mattina", "ci vediamo nella giornata di giovedì"? che poi diventano sempre lunedì alle 6 dopo che te li aspetti dalle 2 in casa senza neanche andare in terrazza a fumare una sigaretta per paura di non sentire il campanello. Sempre che non ti chiamino alle 17:52 dicendo che hanno avuto un contrattempo, e che non possono venire oggi, domani mattina va bene?? Ovvio, io passo sempre la giornata in casa a contare le mattonelle del pavimento, non ho un lavoro, una vita, da andare in posta, in palestra o a fare la spesa!! E' impossibile cercare di dare appuntamenti un filo più precisi? Come quando vai dal medico, sai di dover aspettare, ma non rischi di passarci mezza giornata.

lunedì 16 gennaio 2012

BUON 2012

Buoni propositi per l'anno nuovo:
> dimagrire 4 chili;
> fare un orto sul terrazzo (l'idea iniziale era solo di mettere le erbe aromatiche, ma ora mi sta venendo l'idea di ingrandirmi con ortaggi... ci devo studiare sopra...);
> ottenere una certificazione per l'inglese, così mi metto a studiare qualcos'altro. Spagnolo o cinese?
> tornare a Parigi: non ci ho più messo piede dopo il mio ritorno a dicembre 2008 perché mi faceva troppa tristezza l'idea di tornare da turista in una città in cui avevo vissuto per più di un anno. Ma ci tornerò da guida per il povero Pier che si dovrà sorbire tonnellate di aneddoti e ricordi.