domenica 27 febbraio 2011

SEMPRE LA SOLITA

ok, sono la solita polemica, ma lasciatemi sfogare. stamani ho avuto una conversazione interessante con un tizio italiano che è qua di passaggio diretto verso zone dove si può cacciare. ha cominciato a lamentarsi del fatto che l'albergo fosse poco curato. per esempio le pareti delle camere avrebbero bisogno di una rimbiancata. io gli ho fatto notare che per gli standard del paese questo è extra lusso, basta uscire fuori per vedere dove vivono la maggior parte delle persone per rendersene conto. il simpaticone mi ha risposto che lo sa bene lui, com'è qua, perchè sono 30 anni che viene qua, da prima ancora che nascessi io (ma chi glielo ha detto quanti anni ho? a me la gente che mi tratta bruscamente come se fossi una bimbetta di 6 anni solo perchè sebro più giovane dei 30 che ho, sta cominciando a starmi un pò sulle scatole, detto francamente. non è questione di età, ma di rispetto del prossimo). ho preferito soprassedere, e me ne sono andata. perchè la prima cosa che mi è venuta in mente, è stata "ma se in trent'anni che vieni qua ancora non hai capito un tubo, non sarà il caso di preoccuparsi?".
in realtà avrei dovuto fargli notare che se vuole pareti linde, siepi tagliate con il righello, servizio in camera 24 su 24, ouaga è piena di alberghi lussuosissimi, che ti fanno dimenticare di essere in africa. davvero, sembra di entrare in una dimensione parallela, come se una porta magica ti portasse a parigi. costano anche come se tu fossi a parigi. altrimenti ci sono sistemazioni come questa dove mi trovo, che costano infinitamente meno, pur mantenendo certi standard europei, come il bagno in camera e le pulizie giornaliere, ma che ti inseriscono un pò più nella realtà di questo paese. è vero, le pareti avrebbero bisogno di una rinfrescata di colore, le siepi sono un pò selvatiche, a volte non c'è acqua calda, quando tolgono la corrente si rimane al buio perchè non c'è il generatore, e quando la cuoca dopo cena va a casa chiude la cucina e se non avete preso l'acqua per tempo è un problema (anche se poi c'è sempre qualcuno che si offre di andare a prenderla in motorino). dipende tutto dai motivi che ti spingono qua.
torno quindi alla domanda di sempre: ma che accidenti ci sei venuto a fare qua??? ah, giusto, per cacciare...

martedì 22 febbraio 2011

SOTTO UN CIELO PIENO DI STELLE


Da quando sono rimasta sola le sere a Ouaga sono interminabili. Dopo il tramonto mi hanno sconsigliato di uscire, il quartiere dove sono fino a poco fa era abbastanza malfamato, ora si sta trasformando in un quartiere residenziale, ma è sempre meglio per una ragazza non girare da sola di notte. Quindi, partiti tutti rimaniamo io, il custode (mai vista una persona avere un sonno più pesante, si addormenta ovunque, in qualunque posizione e non si muove fino al mattino), e uno dei miei angeli custodi. A turno infatti uno dei tre ragazzi che lavorano qua di giorno si ferma a dormire nel caso arrivassero ospiti inaspettati o ci fossero problemi. A volte invitano degli amici per fare quattro chiacchiere (in moré), a volte escono a farsi una birra o vanno a trovare la ragazza, a volte invece si fermano a chiacchierare con me. A volte ti raccontano le storie dei loro villaggi, o le loro aspirazioni, e tu gli racconti qualcosa dell'Italia, o le tue di aspirazioni. A volte ti portano nel locale dove si ritrovano sempre a bere con gli amici, una discoteca con la musica altissima, dove non si balla ma si guardano dei ballerini professionisti ballare (bravissimi), dove si deve fare molta attenzione al consumo di birra perchè non ci sono i bagni (o meglio, esserci ci sono. dietro il locale c'è una porta e si esce fuori in un cortile dove c'è una buca per terra), dove fumano tutti come ciminiere e torni a casa con la testa che ti scoppia per il rumore e il fumo. A volte alle 7 di sera va via la luce e non torna prima delle 11, e se va male te ne vai a letto alle 9, se va bene metti un paio di sedie in mezzo al parcheggio sotto le stelle e chiacchieri fino a mezzanotte con un nuovo amico. Altre volte invece te ne resti da sola, ti porti una sedia sul terrazzo (in camera fa caldo e comuque c'è il mostro), ti cospargi di Autan e leggi un libro, o prepari il lavoro per il giorno dopo, o chatti con i tuoi amici in italia.
Oppure semplicemente ti annoi. Chissà perchè ma la noia qua ha tutto un altro sapore.

domenica 20 febbraio 2011

IDIOSINCRASIE

in burkina faso di animali non ce ne sono molti. polli, zebù, asini e maialini in quantità, pochi cani e gatti randagi, che nel momento del bisogno possono tranquillamente essere messi sullla griglia. qualche piccione di taglia piccola e stormi di uccellini piccoli che cangiano colore. mi hanno detto che da qualche parte a ouaga c'è un posto con dei coccodrilli. a non so che cifra fanno vedere ai turisti i coccodrilli che si mangiano un pollo vivo. per il resto, tutti gli animali che si vedono nei documentari, elefanti, leopardi, leoni, ippopotami, se li sono mangiati da un bel pezzo, e i pochi esemplari sopravvissuti stanno nei parchi naturali.
gli unici animali che non mancano sono le lucertole. o meglio i gechi, quelli che dalle mie parti si chiamano tarantole. ce ne sono di due tipi, quelli diurni, che scorrazzano indisturbati ovunque all'aperto, sono lunghi anche più di 20 cm, alcuni hanno la testa rossa e la muovono in su e in giù. poi ci sono quelli notturni, che stanno al chiuso, fanno uno strano verso, tipo uno schiocco, e sono più grossi e più chiari di quelli che ci sono da noi.
ora, io detesto questi animali. mi fanno davvero schifo. lo so che mangiano le zanzare, che hanno paura dell'uomo, che non fanno niente di male, ma mi fanno venire la pelle d'oca. quelli nostrani, figurarsi questi, che sono più grossi e fanno rumore.
ovviamente ne ho uno in camera. fino a qualche giorno fa avevamo stabilito un patto assolutamente vantaggioso per entrambi. lui poteva scorrazzare indisturbato tutta la notte dove voleva, a patto che appena mi mettevo gli occhiali al mattino si rintanasse dietro l'armadio. per qualche settimana siamo stati una coppia imbattibile. io non disturbavo la Cosa e la Cosa non disturbava me.
da qualche giorno, non so perchè, questo accordo è saltato. schiocca come un disperato tutta la notte, al punto che mi sveglia, lo sento azzuffarsi dietro l'armadio e mostra la sua orribile faccia anche di giorno!
così non va. ora, posto che non voglio assolutamente uccidere la cosa perchè questo comporterebbe il doverla vedere e toccare con un qualsiasi oggetto come fare a convincerla in modo subliminale a rispettare il nostro patto?

domenica 13 febbraio 2011

QUANDO CE VO'... CE VO'!

sono sempre la solita polemica, lo so, ma quando ce vo' ce vo'.
allora, da quando sono qua si sono alternati diversi gruppi di persone, incluso quello con cui sono arriva io. si tratta di un turismo "umanitario", nel senso che si fa una sorta di tour delle disgrazie, in cui si visitano orfanotrofi, ospedali, pozzi spersi nel nulla, villaggi poverissimi, di solito per vedere (e documentare) i progetti svolti da qualche organizzazione umanitaria. in un post precedente ho fatto un resoconto di quello che abbiamo fatto noi, giusto per capire di cosa parlo.
ora, io mi chiedo, ma per fare questo tipo di giro, è così essenziale portarsi il rolex? non voglio dire che non bisognerebbe possedere un rolex, chi ce l'ha buon per lui, dico solo che mi pare che indossarlo qua sia quanto meno di cattivo gusto*. stesso discorso che vale per i guardaroba firmati e all'ultima moda. vi pare un discorso ovvio? vi assicuro che
pper qualcuno non lo è. ho visto una serie di sfilate di moda mare 2011 che non potete immaginare. non voglio dire che uno deve venire qua con gli stracci che usa per dare la cera al pavimento, ma forse prendisole svolazzanti, sandali firmati, tailleur a pois (!!!), pashmine da uomo stile capri, dico forse, ecco, sono capi poco appropriati a questo tipo di vacanza.
certo che quando uno fa un viaggio del genere per la prima volta (come la sottoscritta) riempie la valigia di una serie cose assolutamente inutili, che poi però si guarda bene dall'indossare!
ora, io suggerirei a coloro che proprio non riescono a evitare di sfoggiare il proprio guardaroba firmato, che forse avrebbero fatto meglio ad andarsene in costa smeralda, dove peraltro non avrebbero avuto da lamentarsi in continuazione per il servizio un pò "rustico"
 e per cibo non all'altezza dei loro raffinati palati (tra l'altro, fare una storia che non finisce più QUA perchè i fagiolini non sono cotti a dovere? o perché il sugo della pasta è troppo liquido? ... andiamo!!!).

*giusto per capire: la maggior parte della popolazione vive con meno di un euro al giorno. quanto costa un rolex? fatevi voi i conti...

sabato 12 febbraio 2011

suggerimenti in arrivo

Ok, qualche suggerimento istintivo (non in ordine di importanza, ma per nome, come mi sono stati salvati sul pc)....
credo che magari dovresti scegliere una città......























Questo è solo l'inizio naturalmente........ credo che potrei andare avanti fino a domani.....

SUGGERIMENTI


Dopo qualche giorno di lezione di italiano agli studenti dell'università, mi sono accorta che non sapevano che Milano fosse una città. Ok, ho detto, studiate l'italiano e qualcosa dell'Italia dovrete pur imparare. La lezione dopo mi sono presentata con un paio di foto delle cose più famose, tipo Duomo di Milano, Vaticano, canali di Venezia. Un successone.
Al punto che mi hanno chiesto di portarne altre, quindi d'ora in avanti alla fine della lezione di lingua inaugurerò una decina di minuti di approfondimento sull'Italia. Chiedo allora suggerimenti: cosa mostrereste dell'Italia a un gruppo di ventenni burkinabé?

giovedì 10 febbraio 2011

CHIACCHIERE SOTTO IL CIELO AFRICANO

un altro post serio. prometto quanto prima di ritornare alle stupidaggini, ma vorrei provare a mettere giù qualche idea, giusto per chiarirle anche a me stessa, dopo le prime settimane passate qua.
abbiamo a lungo discusso, con le persone che sono venute qua in queste settimane, sul nostro essere qua (nostro di noi nasara, i bianchi) e sul nostro aiutare questo paese. l'ideale dell'organizzazione che mi ospita, che mi pare assolutamente condivisibile, è quello di creare strutture che possano essere autosufficienti. per capirsi: un orfanotrofio con una pizzeria (giuro, esiste, la pizza non è neanche male, tenuto conto che è senza mozzarella ma con l'emmental) i cui incassi servano a mandare avanti la struttura intera. l'organizzazione italiana, affiancata da quella locale,crea la struttura, e gradualmente si leva dalla gestione per lasciarla completamente nelle mani dei burkinabé. un sistema che pare perfetto. se non fosse che a parte qualche raro caso (che io sappia uno, quello della pizzeria appunto) le cose non riescono ad andare così. le ragioni sono varie e neanche le so tutte.
comunque il fatto è che è molto difficile poi far andare le cose avanti da sole, nonostante la buona volontà nostra e loro.
qualche sera fa sera chiedevo a un ragazzo burkinabé cosa pensava lui del nostro essere qua, se possiamo davvero dare un aiuto concreto. tra le righe, mi ha fatto capire che forse forse sarebbe meglio se li lasciassimo stare. il fatto è, e ne abbiamo parlato spesso, che quando arriviamo con le nostre buone intenzioni (e i nostri soldi), abbiamo la pretesa di risolvere quelli che noi vediamo come problemi con quelle che a noi sembano delle buone soluzioni. a noi. magari per loro neanche sono problemi e magari le soluzioni che a noi sembrano tanto sensate qua sono assolutamente impensabili. un esempio stupido: qua le donne spazzano per terra con un ciuffo di stecchi tipo saggina, tutte chinate per terra, in una posizione che a noi sembra dolorosissima. quando hanno portato loro una bella fornitura di scope, ci hanno messo una settimana a segare tutti i manici.
detto questo, quando uno viene qua e vede cosa c'è (e i bambini che muoiono di fame e di malattie da noi completamente curabili ci sono davvero), è impensabile girare le spalle e tornarsene a casa pensando "beh, una soluzione la troveranno loro".
come si riesce ad accettare il fatto che per puro caso noi siamo, chi più chi meno, nati nella parte ricca del mondo, e per lo stesso caso loro devono combattere tutti i giorni con il problema della fame? non stiamo parlando di cellulare, televisione, macchina, e neanche di elettricità e acqua corrente, ma di una ciotola di riso e una tazza d'acqua neanche tanto potabile. come venire a patti con questa ingiustizia? come andarsene dopo aver visto questo? questa la domanda che ho fatto al mio amico burkinabé, pur sapendo di non poter ottenere risposta, perchè questo è l'interrogativo di chi ha la pancia piena e può pensare alla propria coscienza.
ma che si fa? facciamo qualcosa? e cosa? di cosa hanno veramente bisogno? ora, lungi da me la pretesa di trovare una soluzione per l'africa. anche perchè, tornando a quello che ho appena scritto, sarebbe la mia soluzione. proprio per questo credo che quello di cui hanno bisogno sia la possibilità di scegliere, la conoscenza, il sapere che esistono anche scope con il manico lungo, poi se preferiscono usare quelle senza manico, sarà una scelta consapevole. per questo ogni volta che vedo l'insegna di un istituto tecnico, di un liceo privato o di una università, o un gruppetto di ragazzi in divisa che esce da scuola mi si apre il cuore di speranza. e si torna qua a un'altra riflessione: rispetto al nostro mondo ricco e benpensante, quello che qua si respira è la speranza. la strada è lunga e difficile, e sicuramente verranno fatti tanti e irrimediabili sbagli. ma da qua non può che essere in salita.
per tornare al mio interrogativo allora: che fare? aiutarli ad imparare, insegnare loro il più possibile, dare loro la possibilità di scegliere, nel mucchio delle cose inutili o dannose che possono arrivare da noi, quello che è importante per loro, dare loro la possibilità di capire i loro problemi e di trovare loro stessi le migliori soluzioni che si adattino al loro percorso. il mio infinitamente piccolo contributo di questi mesi vorrebbe andare in questa direzione, e ora che sono qua vedo che senza saperlo avevo forse trovato il modo giusto (o solo meno sbagliato).

martedì 8 febbraio 2011

AUTO-CORREZIONE

da una decina di giorni ho iniziato il corso di italiano nell'università privata di agraria e diritto aperta dall'associazione che mi ospita. per ora gli studenti sono 22, e 18 di questi frequentano il mio corso. i ragazzi sono gli stessi ovunque, stesse risatine, stesse disattenzioni, stesse diffidenze. ma...
ieri ho fatto un compito in classe perchè li avevo visti un pò disattenti. sono nei banchi a due a due e lì per lì ero stata indecisa se dividerli per non farli copiare. poi non c'erano abbastanza tavoli e li ho lasciati dove erano.
non hanno copiato.
neanche uno sguardo.
e qualcuno ha lasciato parte del compito in bianco, ma non ci ha neanche provato.
finito il compito lo faccio correggere a loro.
rimangono perplessi, spiego che io l'italiano lo so già, sta a loro valutare se hanno delle  lacune. correggiamo, poi ritiro i fogli per avere io una panoramica delle cose capite e non.
non hanno barato.
si sono corretti da soli di rosso e chi aveva lasciato un esercizio in bianco non ha cercato di migliorare. due insufficienze non gravi su 18 ragazzi è una buona media. e il resto della lezione non è volata una mosca, mai visto un gruppo di 20enni più concentrati.
quando alla fine dell'ora una ragazza mi è venuta a cercare per chiedermi di rispiegargli una parte del test che aveva lasciato in bianco, quasi mi commuovo...
a questo aggiungi che il mio primo studente burkinabé, dopo 10 giorni di corso superintensivo mattina e pomeriggio una media di 6-7 ore al giorno, partito assolutamente da zero, ora parla, (molto) lentamente ma parla...

Lo stretto legame tra la sorella e Andy

 


domenica 6 febbraio 2011

PRIMI GIORNI IN BURKINA

Butto giù un po’ di appunti raccolti durante gli interminabili spostamenti in pulmino dei miei primi giorni in Burkina e scritti un po’ a caso su un quadernino. Non si possono definire pensieri, meglio impressioni, cose che ho visto o sentito qua e là. È ancora presto per fare una sintesi di queste prime settimane in Africa.
Ci ho pensato un po’ prima di pubblicare questo post, perché mi sembrava un po’ patetico, privo di ironia e di considerazioni sensate. Ma alla fine il blog è nato anche per questo.
17.01.11
L’aeroporto di Ouagadougou è il biglietto da visita della città. Attraverso una serie di code (controllo vaccinazioni, visto, passaporto) arriviamo nello stanzone dove vengono riconsegnati i bagagli. La luce è poca, la stanza è ancora in costruzione, manca la controsoffittatura e i cavi penzolano sulle nostre teste, ci sono le zanzare, e … non c’è il nastro trasportatore. In mezzo alla confusione più totale le valigie vengono accatastate su degli scalini via via che arrivano. La cosa incredibile è che in questo casino troviamo quasi tutti i bagagli, mancano solo quelle di una signora, come veniamo a sapere da un foglio che delle mani invisibili affiggono magicamente su un pannello.
18.01.11
Alle 4 mi sveglia il canto del gallo. Dopo un po’ comincia la preghiera del muezzin.
Assistiamo ad una messa di benvenuto. Chi mi conosce sa che non mi si può definire una persona religiosa, ma sentir cantare in greco ed in latino qua, in Africa, fa comunque una certa impressione.
Segue poi l’inaugurazione dell’Università di agraria e diritto, alla presenza di una serie di personalità politiche (rigorosamente in abiti tradizionali) e religiose. Siamo tutti ricoperti da un impalpabile strato di questa terra rossiccia, alla quale temo dovremo abituarci.

Le autorità religiose vengono presentate sul pulpito con l’accompagnamento della marcia nuziale. Noi sorridiamo, ma evidentemente qua è solo una marcia.
La cerimonia è estenuante, ogni discorso comincia con dieci minuti di ringraziamenti a tutti i presenti, nominati uno per uno.
Comunque per me, essere qua per l’inaugurazione di una università non è una cosa da poco.

Andiamo a vedere una casa famiglia di prossima inaugurazione. La struttura sorge in una zona poverissima, senza corrente elettrica, ma vicina a un pozzo. Veniamo subito circondati da un nugolo di bambini polverosi ma sorridenti, che chiedono caramelle in cambio di sorrisi e strette di mano. Un gruppo va a vedere le capanne che sorgono poco più avanti. Io resto indietro, mi sento a disagio, mi vergogno della mia evidente condizione prospera di fronte a questi piedi scalzi, a questi vestiti strappati.



19.01.11
Sacchetti di plastica ovunque. Da lontano sembrano quasi fiori che ondeggiano al vento.
Ieri sera si è discusso sul nostro fare foto alla miseria di questa gente. Personalmente ho fatto pochissime foto e tutte da lontano, perché mi sento a disagio. Per il mio manifesto benessere di fronte alla povertà e alle difficoltà in cui vivono queste persone, le quali, nonostante tutto, si aprono a noi con sorrisi commoventi. Mi sento a disagio e sto in disparte, sperando di non essere notata.
Forse però stiamo attribuendo loro angosce che in realtà neanche li sfiorano. I problemi di cui noi ci riempiamo la testa qua sembrano totalmente assenti. Anche a proposito del conflitto tra mussulmani e cristiani, qua pare inesistente, vivono in perfetta comunione, e noi avremmo molto da imparare; quando, durante la visita alla casa famiglia, chiediamo informazioni riguardo al comportamento che adotteranno in merito alle diverse religioni dei bambini, mi è sembrato che fossero stupiti e quasi increduli della domanda.

Visitiamo una scuola a Koupela, in una classe ci sono 84 bambini, la media comunque è sulla quarantina. Ci hanno cantato o recitato tutti qualcosa. La visita è abbastanza inaspettata per noi (loro in realtà ci aspettavano, come ci suggerisce il completo miracolosamente pulito – data la polvere – con cui ci accoglie il preside) e purtroppo non abbiamo quasi niente da lasciare.

Gli animali mi sembrano quelli che stanno meglio, asini, zebù, galline, maiali (che scorrazzano ovunque, ospedale incluso) mi sembrano tutti in ottima salute.

20.01.11
Escursione nelle campagne a sud della città, in direzione Leo. Mi sembra che nei villaggi si viva meglio che nella capitale. È una vita molto semplice e dura, ma sembrano tutti più sereni, sorridono, non chiedono l’elemosina come in città, ma una nuova scuola dove mandare i loro figli o un carretto con il ciuco per lavorare.


Facciamo un brevissimo giro al mercato, dormono tutti, non sembrano minimamente interessati alla nostra presenza, qualcuno alza uno sguardo sonnolento verso di noi, qualche bambino ci segue a distanza. Quando dalla macchina ci chiamano a gran voce si mettono tutti a ridere e a gridare “Roberto … Roberto”.
Durante una visita in un villaggio vediamo delle batterie abbandonate in un’aia, avvisiamo il padre della loro pericolosità per i figli ed questo ricompare qualche minuto dopo con la zappa per andare a seppellirle.
Si incrociano pochissime macchine, per lo più carretti trainati da ciuchi, biciclette e, soprattutto vicino alle città, motorini. Tra lo smog e la polvere l’aria a Ouaga è irrespirabile.
Andiamo a vedere la cava di Babolé de Pissy. Ora so cosa aveva in mente Dante quando descriveva l’inferno. La pietra viene schiantata bruciando copertoni di camion e il fumo acre è pesantissimo. I frammenti di pietra vengono poi portati in cima alla cava dentro bacinelle di plastica o direttamente sulla testa da ragazze di 10-12 anni. Lavorano tutti, bambini di 4 anni inclusi. Le mamme lavorano con i bambini piccoli legati sulla schiena.

Siamo stati scortati in giro da alcuni caporioni che ci hanno lasciato fare tutte le foto che volevamo e ci hanno fatto vedere tutta la cava; per questo servizio alla fine lasciamo loro un po’ di soldi, che, fidandosi ciecamente delle loro parole, dovrebbero andare all’associazione di donne che lavora nella cava.
Quello che non si può sentire da una foto è il caldo, l’odore di plastica bruciata e la polvere che spezzano il respiro. Qualche giorno dopo un altro gruppo (che la prima volta non era andato) è tornato a visitare la cava, e la sera ne abbiamo discusso a lungo. Tutti vorremmo fermare questa vergogna, ma quale alternativa abbiamo da offrire loro? La stampa internazionale si è talvolta occupata di loro, a quanto ho capito anche le Iene fecero un servizio di denuncia. Ma chiudere la cava allo stato attuale significa privare un migliaio di persone, e le rispettive famiglie, del minimo indispensabile per vivere. Loro stessi si oppongono alla chiusura.
È stata messa una pompa per aspirare l’acqua putrida in fondo alla cava, con il risultato di farla ingrandire ancora di più. Si parla di fare un asilo nei dintorni per allontanare almeno i bambini piccoli, che invece vivono (e muoiono) là accanto alle madri che spaccano le pietre.

21.01.11
La strada che percorriamo passa in mezzo a capanne di Peul (?), un popolo nomade che teme la morte. Quando uno di loro muore, tutti gli altri si spostano per paura di venire contagiati.


22.01.11
Sulla strada per Gorom Gorom ci fermiamo a vedere le moschee di Bani, un complesso di moschee di fango che rischiano di venire distrutte a causa dell’inaridimento progressivo di questa zona. Come ci racconta la nostra guida, le piogge violente dell’estate scorsa hanno distrutto alcune torri, ma l’acqua finisce prima che loro possano ricostruirle, già a partire da aprile devono percorrere diversi km per trovare acqua.



Ci riceve anche il Profeta, una specie di santone straccione, parla della pace nel mondo, fa un po’ l’indovino, ma al di là dell’evidente scopo propagandistico che ha questa visita, la sera mi colpisce una coincidenza. I compagni di viaggio che ci avevano preceduto a Gorom Gorom qualche giorno prima ci raccontano che gli americani stanno costruendo un campo militare al confine con il Niger, che in questo periodo è tutt’altro che calmo. E mi torna in mente il monito di pace del santone.
Comunque, al di là della performance propagandistica del Profeta, la situazione del villaggio è davvero drammatica. Per la prima volta da quando sono arrivata vedo bambini picchiarsi a vicenda per le caramelle (e questo non fa che confermare la mia ritrosia a questa forma di elemosina; ben che vada ci guadagniamo un sorriso, ma non facciamo che abituarli all’accattonaggio).
Arrivati Gorom Gorom (che nella lingua locale significa “vieni qua e parliamo un po’”) veniamo rincorsi da un ragazzo in motorino che ci fa cenno di tornare indietro all’inizio del villaggio al posto di polizia. Siamo nell’Oudalan, un territorio in cui è sconsigliato recarsi dal Ministero degli Interni, e questo contrattempo mi mette un po’ ansia. In realtà vogliono solo controllare e registrare i passaporti, ma quei 20 minuti passano lenti lenti.

Arrivati all’orfanotrofio Casa Matteo veniamo letteralmente travolti dai bambini. Ognuno di noi si trova attaccati addosso 2, 3, 4, 6 bambini che vogliono giocare, essere presi in braccio, fare le foto, tirare i capelli. E con la loro irruenza riescono a sconfiggere la mia ritrosia: mi spezzo letteralmente la schiena e finisco a terra sommersa da un grappolo di bambini. Uno mi chiede se noi bianchi ci laviamo con il sapone. La sera mi fulmina una spiegazione a questa domanda: quando sono sporchi loro sono tutti bianchi di polvere, quindi considerano la nostra pelle chiara per la sporcizia!

Ci salva solo la merenda. Riusciamo a fare un giro delle altre strutture del centro, legate tutte all’infanzia e alla maternità. In una stanza c’è una donna con un bambino nato la notte stessa, minuscolo, ma ci dicono che qua è la norma che i bambini nascano di 1,5-1,8 kg.
La mattina dopo torniamo dai bambini per fare una foto con le magliette inviate da uno sponsor italiano. Mentre cerco inutilmente di radunarli tutti da una parte, vedo un bambino in disparte in lacrime, appena mi avvicino mi getta le manine sulle gambe per farsi prendere il collo e appena preso comincia a tremare violentemente. Corro dalla suora, ma appena cerco di darglielo in collo il bambino si mette a piangere sommessamente. Confesso che mi sono abbastanza spaventata, perché non mi è mai capitato di avere un cosino piccino piccino in collo tutto tremante e in lacrime. A quanto pare però ha solo freddo, perché per loro qua è inverno (ci saranno 35 gradi minimo), e si è bagnato la maglietta; lo lascio quindi tra le mani di una signora che lo veste più pesante.
Facciamo un salto al mercato di Gorom Gorom, ma appena scesi di macchina mi pento di esserci andata. Siamo davvero troppo fuori posto. Veniamo seguiti da bambini della scuola coranica che ci chiedono soldi, caramelle ed altro che non capisco. Una donna mi abbraccia e mi chiede se voglio un amico (!).  Ci stanno tutti intorno, cercando di venderci qualcosa o semplicemente per curiosità; una bambina che incrocio per la strada allunga furtivamente una mano per toccarmi il braccio.
Andiamo a visitare un’altra scuola dove ci accolgono cantando in italiano e forse per la prima volta mangiamo discretamente (fino ad ora il vitto ha lasciato un po’ a desiderare, ci siamo ritrovati nel vassoio di pollo anche le zampe del suddetto con tanto di unghie!).
Ho una curiosa conversazione con Achille (nomen omen): mi chiede cosa studio, e alla mia risposta un po’ impacciata, ribatte “A cosa serve?”. In fondo era uno dei motivi per cui sono venuta, ritrovare un senso più reale alle cose che faccio, così mi ritrovo sotto un albero in mezzo alla brousse a spiegare ad un africano a cosa serve studiare il latino e il greco (oddio, “servire” è un parolone…). Ad ogni modo forse lo convinco, sembra interessato, fa domande, e vuole sapere che rapporto hanno avuto Romani e Greci con gli Egiziani. Così finisco per fare una lezione di storia.

23.01.11
Andiamo a vedere un pozzo che è stato costruito per un villaggio di lebbrosi. Sulla cisterna hanno installato dei pannelli solari per azionare una pompa, dal momento che la lebbra per prima cosa spesso porta via le mani, e una pompa a mano avrebbe creato problemi. Ci allontaniamo di qualche passo, c’è una strada dove le donne che passano in bicicletta si fermano per salutarci. Una di queste ha il figlio malato e ci fa vedere i rimedi tradizionali che ha comprato per curarlo. A un certo punto mi chiede il numero di telefono per portarmi il figlio più grande perché io lo faccia studiare.

24.01.11
Giornata al limite del surreale, che si conclude con il nostro ritorno a Ouaga con dei polli vivi, regalo del villaggio, legati sul tetto del pulmino. E non c’è stato verso di convincere l’autista a liberarli.


La mattina l’accoglienza a Pikieko è in pieno stile post-coloniale, con il nostro ingresso trionfale tra due ali di ragazzi che cantano in italiano “benvenuti”, poi giro d’onore sui carretti (durissimi) tirati dai ciuchi. Giro alla scuola statale, poi a quella coranica. Poi messa con battesimo di 5 bambini, io mi ritrovo a fare da interprete tra il parroco locale e il nostro polacco. Ad un certo punto arriva anche l’Imam, che però trova la cerimonia troppo lunga e dopo una ventina di minuti se ne va.
Alla fine della messa andiamo “in centro” per una celebrazione importante: si festeggia l’arrivo di una autoambulanza che è arrivata via terra da Grosseto. Non ci facciamo mancare neanche la danza africana in abiti tradizionali; non so se è a totale beneficio degli di noi ospiti turisti, ma comunque è molto bella.
    



Si pranza dentro la scuola in compagnia della nobiltà locale, con i bambini che ci guardano famelici dalle finestre, e ogni boccone mi si strozza per la gola. Quando usciamo la situazione non migliora, siamo perennemente attorniati dai loro occhi penetranti come coltelli. Inoltre fa un caldo pazzesco, ed un gruppo di noi decide di tornare a casa.
Ieri sera si parlò fino a tardi, ci si chiedeva come noi veniamo visti da loro, e le chiacchiere notturne mi tornano in mente perché ho la netta impressione che siano curiosi di toccarci, soprattutto i bambini.


Poco alla volta il gruppo riparte, anche il secondo gruppo di studenti di Pontedera è partito ieri sera. Sono ormai rimasta sola. Comincia la vera avventura.
Il caldo aumenta, la sera spesso salta la luce e il vento caldo tira su nubi di polvere infetta, e temo che il raffreddore allergico me lo porterò dietro fino alla fine. Ma mi sto abituando a questo paese, a queste facce sempre sorridenti e disponibili, alla parlata strascicata e alle strette di mano sudaticce. Anche i lucertoloni cominciano a farmi un po’ meno schifo. La città, caotica e super inquinata, non mi spaventa più, comincio addirittura ad individuare qualche punto di riferimento. I miei tentativi di imparare il moré al momento sono poco fruttuosi, ogni tanto mi faccio dire qualche parola, ma la dimentico nel giro di 2 minuti. Per dare la buona notte si dice wend na kond beogo, letteralmente “che dio ti conceda un nuovo giorno”, e lo trovo un modo bellissimo per salutarsi.

sabato 5 febbraio 2011

film e sequel parte 1

Aspettando notizie della sorella in Burkina, e, almeno momentaneamente, con impegni decisamente meno nobili dei suoi, negli ultimi giorni mi sono fatta una full immersion de Jaws, Jaws 2, Jaws 3, Jaws: The Revenge. In Italia, anche se credo non ci sia bisogno di dirlo Lo Squalo. (per altro, in questo caso direi più unico che raro, è meglio il titolo Italiano di quello originale, perché la traduzione letterale sarebbe Fauci -sono andata a cercarlo perchè dopo aver visto Shark Tale mi pareva strano che con Jaws intendessero squalo-e infatti non era così).
Cmq, sorvolando i miei metodi ortodossi per imparare le lingue e tornando a noi, non chiedetemi come mai, l'altro giorno mi è venuto in mente il film si Spielberg, così, dopo aver visto il primo, ho deciso di farmi tutta la tirata dei 4 (mi limito a questa, perchè se dovessi darmi alla visione di tutti i remake sarebbe la volta buona che mi viene mal di mare stando sdraiata sul divano di casa - e non solo a causa di tutta quell'acqua, ma anche a per il progressivo peggioramento dei vari film).
Riguardo al capostipite della famiglia non mi sento di proferire verbo, dal momento che persone ben più preparate di me hanno criticato (nel senso proprio del termine, non in quello negativo naturalmente) il film in abbondanza, e anche perchè non mi sento di scherzare su un lavoro del Maestro.
Come premessa a quanto segue, il fatto che Spielberg si sia rifiutato di girare i proseguimenti del suo capolavoro, avrebbe dovuto scoraggiare anche il più intrepido regista, ma cosa non si fa per la gloria o per godere del semplice piacere di girare????(io ne so qualcosa)
Onestamente, anche il secondo film ha un suo perchè. La trama funziona, gli attori ancora non ci sono venuti a noia,ed è passato un ragionevole periodo di tempo, abbastanza per i protagonisti di aver superato la scossa con l'aiuto di un buono psichiatra,  ma non troppo per il pubblico che sente ancora la necessità di vedere che ne sarà dei nostri poveri eroi!
Anche se già qui uno comincia a chiedersi: perchè papà poliziotto non dà una buona spiegazione a figlio sedicenne del motivo per cui non lo vuole in acqua? anche lui, nel primo film, aveva avuto un incontrato del 3 tipo con lo Squalo, quindi si presume che, nonostante l'adolescenza e l'ormone impazzito causa ragazzina tegame che lo istiga, a saperlo, si sarebbe tenuto fuori portata squalo. La risposta naturalmente è che se papà spiegava le cose la figlio, magari il film non ci sarebbe stato. (e qui si rafforza la teoria che la maggioranza delle trame dei film Horror (in genere quelli scadenti, perchè papà Alfred non aveva bisogno di far pensare al pubblico il -ma sei scemo?- d'obbligo per la stramaggioranza dei film horror, motivo per cui di solito non li guardo), è basata sulla deficienza delle persone, nonché del loro scarso istinto di conservazione. Un tocco di classe è dato dal muso dello squalo mezzo sbruciacchiato (si è fatto la bua quasi all'inizio del film), trucco che lo rende ancora più brutto e macabro, ma per certi versi ti fa anche tenerezza, povera bestia.
Nel terzo si comincia già a scadere nel trash, a partire dal fatto che abbiamo mamma squalo bianco e prole... mi sembra che ci stiamo allargando. Protagonista della scena è sempre la famiglia Brody, (mi scappa di dire 'di nome e di fatto'?!?) e nell'usare sempre la stessa famiglia succube di ‘sti benedetti squali in situazioni anomale, il pubblico comincia a chiedersi se non è una forzatura. Ancora una volta è grazie ad una ragazza che uno dei fratelli (questa volta quello piccolo, quello grande ha imparato e quindi fa l'eroe) si trova nei pasticci, suo malgrado.  Anche qui mamma squalo bianco è brutta e cattiva ma non troppo, ed il capolavoro è al completo quando si pappa il figo della tv tutto intero... il braccio teso con la bomba per i nostri eroi da innescare è un capolavoro di fantasia coatta da sottolineare. L'effetto speciale della bomba che esplode e delle ganasce dello squalo che arrivano verso lo spettatore, per noi spettatori postumi del 21° secolo, è quanto meno una lezione su ciò che speriamo di non vedere mai più nella nostra vita.
La fine è un capolavoro d'idiozia, con la giovane coppia felice che saltella in mezzo ai delfini.
Ma il non plus ultra è Lo Squalo 4: la Vedetta.
Già la specifica LA VENDETTA, doveva mettermi sull'avviso, se non fosse bastato il numero 4. Ma quando una cosa si fa, si fa a modo, e quindi eccomi qui.
Purtroppo, e ribadisco purtroppo, non solo hanno ripreso la storia da dove eravamo rimasti con il film numero 2, ma hanno anche fatto morire papà Brody di infarto (causato da un presunto squalo in un presunto film intermedio). Fratello maggiore e fratello minore sono ora grandi. Il piccolo ha preso il posto del padre ad Amity, il grande fa il ricercatore alle Bahamas mi sembra, o cmq in un posto dove solitamente gli squali bianchi non vanno...-di solito-.
Ma non abbiamo tempo di abituarci al fatto che il capo della polizia della ridente cittadina (dove non succede mai nulla tranne quando una troupe cinematografica decide che sarà il luogo di una calamità marina), che poverello viene mangiato da uno squalo. Tra l'altro, nella fretta di farlo morire, lo fanno morire anche male ed in un modo che lascia perplesso lo spettatore. Ed anche il nostro attore, poveraccio, prima si vede portato via un braccio, e poi si accascia gridando aiuto dalla barca mentre sul molo ci sono i canti natalizi e nessuno lo sente... praticamente si mette in posa per farsi finire di mangiare dallo squalo.
Morto lui, anche la mamma si rende conto che lo squalo bianco ce l'ha con la sua famiglia! ma non è che si ritira in montagna con il figlio e la di lui famiglia, no, vanno nelle suddette Bahamas.... tanto perchè stare lontano dal mare ci fa schifo. Ma per quanto di morti sbranati ne abbiamo abbastanza, almeno nel doppiaggio italiano, c'è un personaggio che ispira l'omicidio: la figlia. Mamma mia, se becco la doppiatrice la butto in mare e cerco lo squalo per dargliela come antipasto (il piatto principale è lo sceneggiatore).
Andando avanti nel film ci rendiamo conto che lo squalo ce l'ha davvero con la famiglia Brody, e non possiamo dargli torto se devono dare al mondo figli che hanno una voce così antipatica o tanto idioti che decidono di immergersi in acqua nonostante la presa di coscienza che c'è uno squali che ce l'ha proprio con loro!
Cercando di rendere piccante il racconto, lo sceneggiatore riesce a tirar fuori una battuta che tocca l'apoteosi della tristezza:  "Mi piacerebbe fare l'amore con la saldatrice. ne ho sempre avuto una voglia matta, sin da quando ero ragazzo"...e quella stupida della moglie si eccita... non credo che esistano parole per descrivere la depressione che ciò mi ha messo addosso.
Dopo che lo squalo attacca la nipote (ma naturalmente manca la mira, si mettesse un paio d'occhiali), mamma Brody si altera e sale in barca e va a cercare lo squalo, per fare cosa non si sa, dato che quando lo squalo la attacca si allontana spaventata, e non si è portata nulla dietro per ucciderlo.
Arrivano i 3 moschettieri in aereo, ed ancora una volta riescono a far ingoiare allo squalo una bomba. Naturalmente, nonostante l'improbabilità della cosa, (dal momento che la nostra crew fa finire un ragazzo direttamente in bocca allo squalo, ed il vecchio lumacone sopravvive perchè lo squalo decide di mangiarsi l'aereo e di lasciar stare la carne viva.-mmm bona la lamiera- potrebbe essere il sottotitolo del capitolo)
tutti, stavamo dicendo, si salvano. yuhuuuuuuuuu
Mamma Brody, dopo questa vacanza catartica, torna a casa con il lumacone, e la moglie del figlio sopravissuto, supera con un sorriso il fatto che quell'imbecille del marito non l'aveva avvisata dello squalo presente nelle vicinanze e che quasi ammazza la bambina. Va bene che ha una voce di merda, ma in teoria "ogni scarraffone è bello a mamma sua"....

Terminata la visione faccio un bel sospiro di sollievo, pubblico quanto sopra, e mi accingo a mettere la parola FINE.
(grazie al cielo, nessuno fino ad oggi ha avuto l'idea bellicosa di ri-intitolare un film Jaws 5: il ritorno)